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David Bowie – Blackstar (Sony Music, 2016) di Fabio Lanciotti

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Alla luce della scomparsa del Duca Bianco, avvenuta tre soli giorni dopo la pubblicazione di Blackstar, è impossibile parlare di questo disco, visionario, drammatico, cupo e magniloquente, senza cadere in tentazioni di facile retorica. Poche settimane fa una persona, profondamente esperta in materia Bowie, faceva notare, in privato, come da qualche tempo le sue opere più recenti, oltre a restituirci un Artista di nuovo molto ispirato e motivato, fossero, al contempo, ammantate da un velo di malinconia e tristezza. Si notava quanto queste ultime uscite discografiche fossero cupe: in qualche modo si sosteneva l’illazione che Bowie stesse poco bene.

Forse anche per via di questa suggestione, la prima stesura di questa recensione, scritta prima di apprendere della morte di Mr. Jones, metteva in risalto come tutto Blackstar sia completamente pervaso da un’urgenza emotiva che contagia ed è capace di commuovere anche l’ascoltatore più superficiale e meno avvezzo all’analisi introspettiva di un’opera musicale.

Artwork e Concept che sostengono l’album, infine, lasciavano pochi dubbi. Questa Uscita di Scena presenta analogie inquietanti con quella di Freddie Mercury. Per la teatrale vicinanza tra data di pubblicazione e giorno della scomparsa, per i contenuti prettamente emotivi dei rispettivi epitaffi artistici, per i video: quello di Lazarus mette terribilmente in luce le precarie condizioni di David Bowie proprio quanto impietosi furono i video estratti da Innuendo.
Eppure Bowie, in diversi momenti di questo disco, pur urgentissimo per i fatti che ora sappiamo, è riuscito a stupirci, ancora una volta. Sono diversi gli episodi contenuti nell’album che portano piccole, ma sostanziali, novità nel panorama Pop/Rock odierno, in termini di songwriting, arrangiamenti e tecniche di registrazione.

Anche nei testi, Blackstar si presenta come il congedo definitivo di un Artista presso il palcoscenico della Vita, l’ultimo inchino davanti al proprio pubblico. Inutile, quindi, concentrarsi sull’analisi dei singoli brani che compongono il testamento personale e artistico di uno dei più grandi protagonisti che la cultura POP abbia mai avuto.

David Bowie è stato un ARTISTA imprescindibile perché, dopo quarantanove anni di capolavori, ci ha donato anche Blackstar. La capacità di rendere fondamentale a tutti un parto artistico, necessario anzitutto per se stessi, è quella Dote che rende l’Artista diverso e superiore al Mestierante e all’Artigiano, per quanto onesti, bravi e ispirati questi ultimi siano.

Buon Viaggio, Mr. Jones.

 

Traclist:

1. Blackstar

2. ‘Tis A Pity She Was A Whore

3. Lazarus

4. Sue (Or In A Season Of Crime)

5. Girl Loves Me

6. Dollar Days

7. I Can’t Give Everything Away

 

 


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