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7 Training Days – Intervista di Luca Scarfidi

_copertinaIl 16 Aprile è uscito Stop the Bombing, terzo album in studio della band 7 Training Days. Abbiamo fatto una chiaccherata con loro.

Ciao ragazzi. E’ uscito da poco Stop the Bombing. Perché questo titolo, cosa c’è dietro il vostro album a livello tematico?
In realtà il titolo nacque come una battuta a seguito di una serie di episodi capitati a ciascuno di noi che avevano come fulcro la disputa gratuita, l’incomprensione e l’accanimento a trovare nuove ragioni di contrasto. Poi ci siamo accorti che effettivamente faceva il paio con tutta una serie di altri significati: le peculiarità del periodo storico-politico americano a cavallo degli anni ‘60 e ‘70 (da cui abbiamo attinto a livello musicale), una certa estetica radicale degli stessi anni (che abbiamo cercato, con l’aiuto di Samuele Rossi – l’autore dell’artwork – di evidenziare con la parte grafica del disco) e, purtroppo, l’attualità maledettamente tragica che stiamo vivendo.
Da qui siamo partiti per creare un’allegoria che è alla base delle tematiche espresse nel disco: una riflessione sull’incomunicabilità e sugli ostacoli che impediscono un dialogo senza barriere. I protagonisti della title-track sono due persone che si trovano sull’orlo dell’abisso per la loro difficoltà nel trovare un codice comunicativo comune; la domanda è: “Se anziché continuare a bombardarci ci impegnassimo per trovare un linguaggio per incontrarci serenamente?”.
Il progresso tecnologico e l’aumento vertiginoso delle possibilità di “connessione” ci fanno credere a un’umanità finalmente vicina, ma siamo dell’avviso che in realtà sia solo un enorme bluff. Inevitabilmente la verità viene filtrata da un’inestricabile ragnatela di fraintendimenti e diventa sempre più complesso riuscire a sbrogliare una matassa di non detti, o di “detti male”.

Viriamo sui testi. Se doveste scegliere una o due frasi simbolo del vostro album quali sarebbero e perchè?
Ne scegliamo quattro, tutte molto rappresentative delle tematiche ricorrenti nelle 9 tracce dell’album:
“Sometimes fear is stronger than trust”
“Words are adaptations and lies; the truth is closed in our minds”
“If we must use fear to win our wars, I prefer letting go”
“Everytime we’re standing on the rooftop, afraid to lose control and fall apart, trying to find the words beneath the wasteland…”

Musicalmente parlando si percepiscono molte influenze, dal rock blues, all’alternative, ad appena percettibili sfumature atmosferiche tipiche del post rock in un mix che risulta quantomeno interessante e piacevole. Qual è il vostro background di ascolti e come siete arrivati a questo sound?

Abbiamo sempre sentito una particolare fascinazione per tutta la black music di matrice americana (ci riferiamo all’irripetibile era di label storiche come Motown e Stax), nonché per la grande epopea del jazz (soprattutto quelloband_1_colore modale): a livello prettamente musicale questo background è stato determinante per la scrittura delle canzoni di Stop the bombing per cui sostanzialmente ci riferiamo alle produzioni della musica nera degli anni ‘60 e ‘70; in particolare Curtis Mayfield, Stevie Wonder, Sam Cooke e Marvin Gaye, ma anche, sul versante puramente jazzistico, Charlie Mingus, Dave Brubeck e Miles Davis. A tutto questo, i numi tutelari di riferimento che detengono comunque le fondamenta della band: Wilco, The National, Nada Surf, TV On The Radio, The Black Keys, R.E.M..
Una fusione di generi apparentemente improbabile, ma crediamo che sia proprio questa mescolanza (a suo modo unica) di colori e sapori l’arma vincente di queste 9 canzoni, e in generale la sfida del fare musica inedita senza scimmiottare degli stili.

Parliamo un attimo dell’Italia musicale che ci/vi circonda, che ne pensate? Vi schierate fra quelli che affermano che *l’Italia è morta* oppure vedete ancora delle possibilità e delle iniziative interessanti e meritevoli?
No, assolutamente. Pur andando incontro all’invalicabile barriera della lingua (per chi fa musica cantata in inglese, come noi) e ad una cultura imperante da sempre agli antipodi di tutto quello che è underground (anche perché sennò non sarebbe underground!), troviamo che ci sia un substrato estremamente interessante di artisti, etichette indipendenti e circuiti alternativi molto vivi ed impegnati. Insomma c’è del fermento, anche se a nostro parere una concreta visione di sviluppo va pensata solo e unicamente nei termini di un’esportazione della produzione al di fuori dei confini della penisola.

Raccontateci l’aneddoto più divertente e/o curioso che vi è capitato in questi anni di musica insieme. In conclusione fateci un saluto!
In quasi dieci anni di attività ne abbiamo vissute tante, per cui peschiamo nel mucchio: anni fa eravamo in un locale in cui il gestore era di quelli che pensano che la serata venga automaticamente risolta dalla band che va a suonarci (cioè spera che uno gli porti quel gruppo di irriducibili fan che gli faranno vendere qualche birra) e il locale stesso (ce ne siamo accorti solamente sul posto) aveva un target radicalmente diverso da quello è il nostro abituale pubblico di riferimento. Il risultato è che ci ritroviamo in una condizione simile a quella provata dai Blues Brothers nella famosa scena della “gabbia da pollaio”: immersi in un’atmosfera da profondo midwest americano suoniamo circondati da uno sparuto gruppo di avventori che si aspettava, appunto, tutt’altra proposta musicale! A quel punto ci adeguiamo e improvvisiamo degli arrangiamenti ad hoc sui nostri pezzi, stravolgendoli per non fare – appunto – la fine di Jake e Elwood Blues!

A presto ragazzi, in bocca al lupo!

Lunga vita al lupo!


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