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Bon Iver – 22, A Million (Jagjaguwar, 2016) di Luca Scarfidi

jv1Nascosto -e sovrastato- da un feroce simbolismo, si cela il nuovo album di Justin Vernon, in arte, Bon Iver. Il suo 22, A Million nasce dall’esigenza (mai nascosta da Justin) di comporre un album che gli permettesse in un certo qual modo di fare un passo più avanti rispetto al cantautorato intimo e folk che lo ha fatto conoscere al grande pubblico, come a dire ‘oltre a Skinny Love, so fare anche altro’. Quindi non lontano, facendo un parallelo, da quella che poi è stata la svolta Radioheadiana che ha seguito Pablo Honey e The Bends che ha fatto che si che la band di Oxford voltasse radicalmente pagina rispetto al brit pop che caratterizzava i primi album, verso uno sperimentalismo che li ha poi contraddistinti in tutte le fasi della loro carriera. Se questo è il presupposto, si può parlare di svolta per Bon Iver? Ni.
Ni nel senso che da una parte abbiamo dei brani dal grandissimo spessore artistico, lontani dalla sopracitata Skinny Love (vedi 10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄   o anche 8 (Circle) ), che rendono evidente che l’artista ha voltato pagina in termini compositivi: diverso approccio, diverso sound, diversa gestione vocale. Dall’altra però abbiamo uno terribile scontro fra il mondo ultrastrutturato (in maniera negativa) di simboli che intarsiano questo album e alcune scelte che mantengono Justin ancorato al passato, si veda 29 #Strafford APTS. In breve, è come se Bon Iver stesse correndo verso una nuova meta lasciando un braccio teso dietro di se’ per paura di perdere quella terra sicura nella quale, di fatto, ha trovato successo. Non che questo sia un male, certo è che si rimane in una sorta di limbo in cui non si comprende a fondo quello che l’artista comunica, questo invece, in musica, è un bel problema. Speculando un po’ si potrebbe dire che questo album cosi come è, è un 7, ma se privato dell’eccessivo criptismo e dell’estrema ricerca di fare qualcosa di nuovo, probabilmente sarebbe un 9. I brani ci sono, le melodie ci sono, gli arrangiamenti anche, ma non è Bon Iver. Per riprendere il parallelo con i Radiohead, è come se Thom e compagni, in Pablo Honey, avessero inserito brani come Exit Music for a Film o The Tourist: avrebbero avuto meno impatto di quanto non l’abbiano avuto in Ok, Computer e probabilmente sarebbe stato un suicidio artistico. Fuori di speculazione, in chiusura, si può dire tutto di questo album, come si è fatto qui sopra, meno che non sia un album comunque bello, gradevole, ricco di spunti. 22, A Million si fa ascoltare e sono molti i momenti che di brividi ne danno. Quindi tutto sommato Bon Iver ha superato la sfida, ha dimostrato di poter fare altro, di potersi allontanare da se’ stesso; forse non tanto quanto sperava, ma oggigiorno voltare pagina è quantomai difficile. Consigliatissimo (a mente sgombra).

Tracklist:

1) 22 (OVER S∞∞N)
2) 10 d E A T h b R E a s T ⚄ ⚄
3) 715 – CRΣΣKS
4) 33 “GOD”
5) 29 #Strafford APTS
6) 666 ʇ
7) 21 M♢♢N WATER
8) 8 (circle)
9) ____45_____
10) 00000 Million


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