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Opeth – Sorceress (Moderbolaget-Nuclear Blast, 2016) di Alessandro Magister

opethsorceressfinalcdImpossibile. Assolutamente impossibile parlare di Sorceress senza ripercorrere le vicende che hanno portato la band scandinava fino a qui, dopo oltre vent’anni di una lunga carriera che ha come spartiacque ineliminabile l’incontro con Steven Wilson, leader dei celebri Porcupine Tree. Un incontro che, se da un lato ci ha donato quel Blackwater Park giustamente acclamato come picco qualitativo della band, ha fatto sì che quella vena progressive, comunque già presente, divenisse sempre più preponderante. Nei successivi Heritage e Pale Communion, Mikael Åkerfeldt e soci mettono da parte non solo il growl del passato ma praticamente ogni componente metal della loro musica. Di fronte a simili evoluzioni, poi consolidatesi in dischi sicuramente prodotti e suonati con maestria, il rischio rimane, inutile negarlo, quello di apparire agli occhi dei fan come una band senz’anima. Almeno così è stato per un gran numero di appassionati della prima ora, tra cui troviamo chi scrive questa review. Normale, dunque, approcciarsi all’ascolto dubbiosi sul fatto che si tratti di un disco di transizione, da un passato solido verso un futuro incerto, o del consolidamento definitivo di una nuova idea musicale. Facile propendere per la seconda ipotesi, dato che, finalmente, non sembra più di ascoltare una band qualsiasi amante dei Genesis o di Alice Cooper. La strada è stata intrapresa, il cammino è chiaro. Non è ritornato il growl, inutile illudersi ma abbiamo la netta sensazione di trovarci di fronte ad un’opera con un’identità, sì contestabile, ma chiara e definita. Il disco suona più duro e oscuro più di quanto prodotto dalla band in quasi dieci anni, e non è poco. Ne è un esempio Chrysalis, probabilmente la prima vera canzone progressive metal, e sottolineo metal, realizzata dagli Opeth, messa ancora più in risalto dal seguire brani quali la title track Sorceress, che più di ogni altra track ricorda il precedente album Pale Communion, e The Wild Flowers, in cui è impossibile non notare i rimandi al prog ’70 e, allo stesso tempo, si apprezza il contributo dato dal nuovo tastierista Joakim Svalberg. Degna di nota la sequenza The Seventh SojournStrange Brew, con la prima, quasi del tutto strumentale, che prende una direzione inaspettata e lascia l’ascoltatore confuso di fronte alle sonorità mediorientali che sfumano nel brano successivo, assai più vigoroso e pesante nonostante la mancanza del growl del passato e che potrà facilmente diventare un must in sede live. Menzione conclusiva per Era, la canzone che noi di Relics osiamo definire la più catchy dell’album, grazie alle melodie e al chorus che difficilmente si riescono a dimenticare.  Terminato l’ascolto, appare evidente che non si tratti più degli Opeth apparentemente smarriti e confusi degli ultimi lavori; la strada, senza dubbio difficile e che espone a critiche anche feroci, è stata imboccata. Sta a noi decidere se seguirli o meno.

Tracklist:

01. Persephone

02. Sorceress

03. The Wilde Flowers

04. Will o the Wisp

05. Chrysalis

06. Sorceress 2

07. The Seventh Sojourn

08. Strange Brew

09. A Fleeting Glance

10. Era

11. Persephone (Slight Return)

12. The Ward

13. Spring MCMLXXIV

14. Cusp of Eternity (live)

15. The Drapery Falls (live)

16. Voice of Treason (live)

 

 


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