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Testament – Brotherhood of the snake (Nuclear Blast, 2016) di Alessandro Magister

1869900Viaggio casa-ufficio, gli speaker diffondono le note finali di The Number Game, traccia 10 dell’ultima fatica di Chuck Billy e soci. Senza nemmeno farci , le dita scorrono sui comandi per passare alla canzone successiva ma il CD riparte dall’inizio. “Cazzo, è finito”. Dovrebbe essere sufficiente questo breve racconto per dare un’idea del tono della recensione. Quello che abbiamo qui è, hands down, uno dei migliori lavori della band. Stop. Largo ai vecchi, verrebbe da dire. Guardandosi indietro, in questo 2016 agli sgoccioli, ci ritroviamo ad avere Testament e Megadeth nella personale top5 dei dischi metal. Se il risultato è rappresentato da lavori di questo calibro, le nuove leve possono prendersela comoda. Nota di colore: la title-track dell’album è, a detta di chi scrive, il pezzo meno riuscito, con meno personalità e sarebbe facile cadere nell’errore di credere di avere di fronte il solito granitico disco dei Testament, con qualche ottimo spunto circondato da roba più o meno dimenticabile. Grosso errore. Questa undicesima fatica dei paladini della Bay Area testimonia lo stato di grazia di una line-up che, nel panorama thrash, ha pochissimi eguali. Il già citato Chuck Billy sfodera una prestazione vocale di tutto rispetto, cavandosela egregiamente sia sui brani più tirati che sulle, comunque poche, frenate. Il suo marchio di fabbrica, la capacità di passare da un validissimo clean ad un growl da brividi, viene rispettato per la gioia di noi fan. Eric Peterson si conferma,ancora una volta, il più sottovalutato pozzo di riff degli ultimi 30 anni. A fianco delle due colonne portanti della band, troviamo un contorno in grado di fare tutta la differenza del mondo, se lasciato libero di esprimersi. Il buon vecchio Ginone Hoglan mostra tutta la propria classe e potenza tanto nei pezzi più tirati quanto in quelli più vicini alle sonorità old-school, come nella splendida Neptune’s Spear. Al basso troviamo un altro fuoriclasse, quello Steve DiGiorgio che fa dimenticare a tutti i fan più nostalgici l’assenza di Greg Christian, uscito nuovamente dalla band dopo una serie di dissapori. Infine troviamo Alex Skolnick a sfoderare classe con assoli e cambi di ritmo, accompagnando alla perfezione il lavoro di Peterson. È proprio la presenza di fuoriclasse di questo calibro a permettere la realizzazione di un disco come questo, senza togliere comunque nulla agli ultimi validi lavori della band ma qui la sostanza cambia. Brotherhood of the Snake ha più facce; in Centuries of Suffering  troviamo sonorità che ci riportano indietro a The Gathering, in Born in a Rut sembra di tornare ai tempi di Souls of Black, con la sola differenza della cifra tecnica e stilistica degli interpreti. Brani come The Pale KingCanna Business, Stronghold Black Jack sono destinate a rimanere nel cuore di chi ama i Testament e saranno sicuramente degnamente celebrate in sede live. Interessante anche il concept dietro al titolo del disco, legato a antiche scritture sumere e società segrete. Long live Testament, se il risultato è questo, ben venga attendere altri 4 anni.

 

Tracklist

1. Brotherhood of the snake

2. The Pale King

3. Stronghold

4. Seven Seals

5. Born In a Rut

6. Centuries of suffering

7. Black Jack

8. Neptune’s spear

9. Canna-Business

10. The Number Game

 


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