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Trivium – The Sin and the Sentence (Roadrunner, 2017) di Alessandro Magister

Deve essere davvero strano ritrovarsi con quasi vent’anni di carriera alle spalle, già 8 dischi nonostante i membri viaggino solo attorno ai 30 anni d’età, più di un milione di copie vendute senza, però, aver ancora ottenuto riscontro unanime nel panorama della musica metal degli anni duemila. Poche band sono riuscite a spaccare l’opinione degli appassionati come i Trivium, visti inizialmente da alcuni come “i nuovi Metallica” e da altri come poser da criticare sempre e comunque. Personalmente ritengo che l’unico appunto che si possa muovere al quartetto della Florida sia il non aver ancora una precisa identità musicale tale da renderli immediatamente riconoscibili, avendo sperimentato approcci e stili diversi, forse troppo, nel corso di due decenni. Limitandoci, però, a parlare di questo The Sin and the sentence il giudizio non può che essere positivo. Chi scrive è da annoverarsi tra le fila dei fan che hanno reagito con scetticismo all’annuncio della pubblicazione dell’ottavo lavoro della band. Sembrava infatti che il predecessore, Silence in the Snow, segnasse il passaggio definitivo ad uno stile più radio-friendly con un cantato melodico e poco spazio ai virtuosismi. Tutto ciò, unitamente all’incertezza circa i problemi alle corde vocali del frontman Matt Heafy e la mancanza di un batterista stabile, lasciava più di qualche dubbio circa il futuro della band. Chiariamo subito che questi dubbi sono svaniti quando la band ha rilasciato il primo singolo, la title track, ad Agosto. Dietro le pelli troviamo Alex Bent, ex Battlecross e Dragonlord, il cui valore tecnico è stato riconosciuto dagli altri membri che gli hanno lasciato carta bianca nell’interpretazione dei brani, con un risultato davvero notevole fatto di blast e fills da brividi. Heafy ha rispolverato il suo growl, sicuramente più ragionato, meno istintivo e “dannoso” per il futuro della sua voce. Gli undici brani che compongono il disco hanno una durata media che supera i 5 minuti, mostrando chiaramente la ritrovata fiducia nei propri mezzi. Per carità, nessuno gridi al miracolo, nel 2017 nessuno può reinventare nulla ma ci troviamo di fronte ad un sicuro candidato al titolo di album metal dell’anno. Passando all’analisi dei brani, la già citata title track, Betrayer, The Wretchedness Inside e Thrown into the fire sono gli episodi più riusciti: cantato melodico e growl sapientemente mischiati, tonnellate di riff, drumming mostruoso fanno la gioia di vecchi e nuovi fan. Assieme a questi brani più aggressivi vi è anche spazio per qualche brano più accessibile, come il singolo The Heart from your Hate e Endless Night. Il brano più ambizioso è la maestosa The Ravenchist che, grazie ai cambi di tempo e alla lunga sezione strumentale, rivela quelle influenze progressive che sembravano perse dai tempi di “Shogun”. Probabilmente nemmeno questo, ottimo, disco porterà i Trivium alla consacrazione ma è lecito augurarsi che i quattro ragazzoni abbiano finalmente trovato la strada da percorrere.

  1. The Sin And The Sentence
  2. Beyond Oblivion
  3. Other Worlds
  4. The Heart From Your Hate
  5. Betrayer
  6. The Wretchedness Inside
  7. Endless Night
  8. Sever The Hand
  9. Beauty In The Sorrow
  10. The Revanchist
  11. Thrown Into The Fire


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