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Morbid Angel – Kingdoms Disdained (Silver Lining Music, 2017) di Andrea Mollica

Con Kingdoms Disdained, i Mordib Angel, padri nobili del Death Metal, giungono al loro nono album in studio con l’attuale formazione che vede, oltre all’inossidabile fondatore Trey Azagtoth, Steve Tucker al basso e voce, Dan Vadim Von alla chitarra e Scott Fuller alla batteria.

Undici tracce granitiche in purissimo stile Morbid Angel, disponibili anche in uno speciale mix ottimizzato per l’ascolto su iTunes. La perizia tecnica ed esecutiva in tutto l’album è di alto livello, ben al di sopra di molti prodotti commerciali sfornati in batteria negli ultimi anni; e qui ritroviamo anche tutti i filoni stilistici che hanno reso i Morbid Angel così apprezzatti da diverse generazioni di metalheads: ricerca ritmica, influenze rumoristiche, continue citazioni di stilemi blues (per quanto torturati dal demoniaco quartetto), ed un’attenzione ai testi che li distingue dalla media, in effetti spesso imbarazzante per questo genere musicale. Spiccano al primo ascolto dell’album Garden of Disdain, cruda, nichilista e con una marcata vena doom; Architect and Iconoclast, con la sua struttura prog infusa di oscura ebbrezza demoniaca; For no Master, con il suo refrain ossessivo e penetrante.

Tuttavia, al di là degli innegabili meriti tecnici e artistici dei Morbid Angel, questo Kingdoms Disdained ha una grave pecca: manca in maniera importante di innovazione e creatività. I Morbid Angel hanno fatto un salto indietro di oltre dieci anni con un semi-clone di Heretic (2003), anche se va detto che la produzione di Kingdoms Disdained è nettamente superiore. L’album, infatti, è zeppo di auto-citazioni ed in alcuni passaggi persino autocelebrativo. Una tentazione comprensibile, se pensiamo che sono trascorsi 6 anni dal loro ultimo lavoro: quell’Illud Divinum Insanus che tanto fece storcere il naso ai fan della prima ora, ma che almeno tentava strade nuove tra musica elettronica e industriale. Comunque, se Kingdoms Disdained voleva rappresentare un “ritorno alle origini”, rappresenta invece un’occasione sprecata per lasciare il segno in un genere sempre più inquinato da proposte di bassissima lega che appestano il mercato musicale, specialmente quello digitale.

Quanto dovremo aspettare per capire se i Morbid Angel sono risorti con Kingdoms Disdained, un disco tutto sommato senza infamia e senza lode, o se l’album rappresenta il loro canto del cigno?


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