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Nick Oliveri @ cinema Postmodernissimo di Perugia (testo di Davide Fadani e foto di Fabrizio Bisegna)

Testo a cura di Davide Fadani

Guardate; se mai vi dovessero domandare “qual è il concerto più strano che hai visto?” e la risposta non dovesse essere “quella volta che sono andato a sentire Oliveri acustico!” i casi sono due:

1)…

 Anzi no il caso è uno solo. Non ci siete mai stati. Il “death acoustic tour” che Oliveri porta in giro ormai da qualche anno, inframmezzandolo alle sue molteplici incarnazioni musicali, è il memoriale di un momento storico/musicale. È uno sguardo riassuntivo e diagonale di quasi ormai 30 anni di carriera (feel old now?). Non è un concerto. È una performance artistica. È la sublimazione di un genere incarnato in un’unica voce, supportata da una chitarra sempre, sempre, sempre in difficoltà, voce che grida tutto il tempo “I’m the motherfuckinchaos!”. Oliveri, ancora lontano dal voler essere una leggenda, è però inevitabilmente diventato un’icona. È il cattivo, il rinnegato ed il figliol prodigo che tutti ad un certo punto vorremmo essere nella nostra vita. Lontano dal “divisimo” e dalla celebrità, nel “death acoustic tour” Oliveri celebra sé stesso ed il suo pubblico, in un momento di comunione e celebrazione. Pubblico che canta. Strumenti che si rompono. Lunghe pause riempite di whisky e frecciate lanciate a Dio o ad aspiranti tali. La tensione emotiva di essere da solo; di essersi messo alla prova con una esibizione che ti mette completamente a nudo artisticamente (anche se lui stesso non è estraneo alle performance adamitiche). Ma un pisello ti nasconde sicuramente molto di più di un microfono e di una lampada Ikea che illumina malamente te ed i tuoi tatuaggi che tutti ormai conoscono e riconoscono. Ascoltare Oliveri che suona brani che hanno scavato il solco di un genere musicale ci trasforma inevitabilmente in paleontologi. Sono talmente scarne, essenziali, pure, come ossa che spuntano dalla terra. Una volta erano coperte di tendini, muscoli, nervi e pelle e oggi sono Nick Oliveri.

 foto a cura di Fabrizio Bisegna


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