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Calibro 35 @MONK Club, Roma (testo di Davide Fadani, foto di Alessandro Amoruso)

È passata circa un’ora e un pezzo dall’inizio del concerto quando Gabrielli prende la parola…per la prima volta:
Enrico: “ Voi pensavate di essere venuti per assistere ad un concerto cantato ed invece…. track…. due ore di musica strumentale; anzi adesso c’è l’unico pezzo cantato che si…..”
Pubblico (da leggersi in romanesco): “SÓNAAAAAAAAAAA!!!!!”
Enrico: “Sóna lo dici a tu sorella…uan ciú tri fo….”
Al Monk rivedo dopo qualche tempo i Calibro35, ma il calibro decisamente non è più lo stesso dell’ultima volta che ho incrociato le loro frequenze. Direi che ci siamo. È una dècade che sicuramente, però non decàde. Passato il tempo dei passamontagna e delle più o meno dichiarate citazioni ad un immaginario cine/musi/socio/culturale figlio dell’Italia anni ’70 è arrivato, dopo dieci anni di attività, di esperienze diverse, di concerti in giro per il mondo e nuove influenze, il tempo dei Calibro 35. Non lo dico io, che parlo di musica e non la faccio. Lo dice il pubblico che riempie i locali del tour, e non solo in Italia. Un pubblico che sembra voler accettare il guanto di sfida lanciata dai Calibro 35 a dei gusti tendenzialmente pantofolai, portando in giro col tour che segue l’uscita dell’ultimo lavoro di studio, una dialettica musicale decisamente poco poco poco POP. Non a caso la serata è aperta da Sebastiano De Gennaro con venti minuti di musica “cosidetta” moderna. Una dose di cultura da misurare in minuti di somministrazione come se fosse una medicina. Amara, ma che ti fa bene. Fidati. Due bicchieri di lámbic prima di iniziare la serata. La necessità di crescere e di portare con se il proprio pubblico. La richiesta è quella di non accontentarsi delle cose semplici, delle melodie preconfezionate, di quelle 3 note che ti fanno piangere ogni volta, chiunque le suoni, ma che alla fine sono sempre e solo quelle 3. C’è molto altro nella musica in generale, nelle pieghe delle playlist logaritmiche di Spotify e nei reconditi anfratti di periferie musicali digitali. C’è del fermento. Ci sono altri linguaggi. Ci sono le altre 4 note e forse qualcun’altra che prima non conoscevamo. Questo sono oggi i Calibro 35. Un gruppo, un progetto, un appello a non fermarsi. Crescere. Ascoltare. Imparare. Fino alla fine.
Cosi ieri sera al Monk di Roma siamo entrati bambini e quanto siamo usciti avevamo dentro qualcosa in più. E quando siamo entrati, tutti eravamo in tanti. Non ricordo di aver mai visto tanta gente al Monk. Sembrava di essere allo stadio e sul palco in effetti c’era una squadra di calcio anche se il gioco non è decisamente lo stesso. Oltre ai 4 membri della band, abbiamo 3 fiati (più il 4 di Gabrielli), due archi e De Gennaro, polistrumentista aggiunto che alterna xilofono, percussioni ad altri strumenti di cui fino a ieri sera ignoravo persino l’esistenza. E non sono solo i membri della band ad essere tanti. Anche i generi che soffiano prepotenti nei brani del nuovo disco, o che li attraversano appena accennati come un sospiro, sono tanti, tanti. E stanno cosi tanto bene insieme. Rock, Jazz, Funk, Classica, Psichedelica, Elettronica, Afro…. Tutto ciò in un gruppo, in un concerto, in una serata. Tanta roba. Pubblico felice. Band felice. Tutti felici. Anche le luci e i bicchieri di plastica vuoti e lasciati schiacciati per terra quando la musica è finita e ormai tutti hanno lasciato il locale. Loro restano. Schiacciati, ma felici.


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