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Estetica Noir – Purity (Autoprodotto, 2018) di Lucrezia Marzia Neri

Non un disco facile questo Purity degli Estetica Noir. Il genere musicale è figlio della new wave degli anni ’80 (e infatti il gruppo stesso ha dichiarato di essersi formato dalla ceneri di una cover band dei Cure e le influenze della band di Robert Smith sono ben evidenti in questo primo lavoro) ma soprattutto è particolare l’uso parsimonioso e mai invasivo che il quartetto torinese fa dell’elettronica, inserita tra le trame delle composizioni per sostenere l’impianto rock-metal di fondo, aggiungendo pezzi di ghiaccio cosmico all’oscurità del loro universo. I synth danno insomma un tocco più moderno allo stile eighties della musica degli Estetica Noir, ma non eccedono mai, restando relegati al rango di discreti accompagnatori che non tolgono il ruolo ai protagonisti.

La registrazione purtroppo penalizza la voce, per cui possiamo parlare poco delle doti di Silvio (il cantante, appunto) il cui timbro oscuro è un po’ soffocato da un missaggio non perfetto e che fa perdere tra l’altro a volte anche la dinamica dei pezzi.

Al di là di questo piccolo dettaglio tecnico, però, la particolarità di questo debut album (giunto dopo un ep e la partecipazione a diverse compilation nazionali ed internazionali) risiede principalmente nelle composizioni: libertà compositiva e soluzioni decisamente insolite stravolgono e plasmano la forma canzone a loro piacimento, a volte distruggendola completamente, altre volte camuffandola fino a renderla quasi irriconoscibile, altre volte valorizzandola nel migliore dei modi.

Gli episodi più interessanti sono certamente il nuovo singolo, In Heaven, e A Dangerous Perfection, ma anche gli episodi strumentali sono notevoli.

Il consiglio è quello di dare maggior enfasi all’aggressività delle chitarre e della sezione ritmica e soprattutto di curare meglio le registrazioni della voce e il missaggio generale, perché questo disco potrebbe esser da dieci e lode ma perdendo a volte di incisività rischia di ricevere solo un 8.


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