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God Is An Astronaut – Epitaph (Napalm Records, 2018) di Giuseppe Grieco

Sedici anni di carriera sono un bel risultato e i God Is An Astronaut ci sono arrivati piuttosto bene o, per meglio dire, piuttosto coerentemente con la loro natura.

Purtroppo, questo traguardo si è incrociato con un gran triste avvenimento, ovverosia la prematura morte del cuginetto dei due fratelli Kinsella, scomparso all’età di sette anni.

Epitaph è dedicato interamente alla figura del piccolo (raffigurato metaforicamente sulla copertina?) e al tema della morte a cui ormai è tragicamente legato. Questo ha portato inevitabilmente una massiccia dose di cupezza nel sound della band, ma se in tantissimi ascoltatori questo ha suscitato sorpresa, personalmente posso dirvi di non esserne sorpreso, anzi aspettavo da tempo che i nostri facessero questo passo per vederne il risultato, e il lutto ne è stato la causa scatenante.

Ad aprire l’opera è proprio la canzone Epitaph, introdotta dall’incedere del pianoforte, strumento fondamentale in questo album. Il climax sale fino all’esplosione drammatica tipica del post-rock, e si passa a Mortal Coil, quasi fosse una naturale successione. Si susseguono quindi Winter Dusk/Awakening e Seance Room, che salgono e scendono su un piano emozionale che va dal furioso al rassegnato. Komorebi mostra la discesa del pianoforte negli abissi dark ambient più sporchi, Medea ce ne mostra la risalita. Per ultima si ha Oisín, la traccia che malinconicamente ci fa tornare al punto di partenza, un ritorno all’Uno.

Dicevo inizialmente che coerente è stato il percorso del trio irlandese. Sotto lo spesso drappo nero si vede chiaramente l’idea motrice, la stessa che ha mosso questi sedici anni, seppur con qualche variazione. Il cerchio si è chiuso, arroccato nella propria identità. Ma per l’eccellenza serve che ci si metta in discussione e che le mura cadano.

Tracklist:

1. Epitaph
2. Mortal Coil
3. Winter Dusk/Awakening
4. Seance Room
5. Komorebi
6. Medea
7. Oisín


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