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Tim Hecker – Konoyo (Kranky, 2018) di Giuseppe Grieco

Conclusa quella che, almeno personalmente, considero la trilogia del sacro composta da Ravedeath, 1972 / Virgins / Love Streams, il compositore sperimentale Tim Hecker trascrive su frequenze sonore il bagaglio culturale acquisito grazie ad alcuni viaggi effettuati in Giappone.

Konoyo è anch’esso un viaggio, un vagare riflessivo ed esistenzialista che ha come percorso e punto d’arrivo la concezione postmoderna della realtà in cui ci troviamo a consumare le nostre esistenze. Manifesto ne è la copertina: ambigua, contraddittoria, insensata (volendo pure brutta come il peccato), che come un’opera d’arte degli ultimi anni trasfigura e rappresenta il senso di perdizione che l’uomo prova in questa strana epoca.

In questo caso Hecker torna un po’ alle radici, seppure non proprio le sue. Molto del materiale del disco è acustico, registrato da un ensemble giapponese chiamato Tokyo Gakuso, che suona gagaku, musica tradizionale miscelata con composizioni inedite. Ci sono molti archi, strumenti a fiato e percussioni, tutto rimaneggiato sapientemente dallo sperimentatore canadese, tutto privato della sua identità per divenire altro, qualcosa di estraneo. Ed è l’estraneità che Koyono trasmette, in tutta la sua potenza, in tutta la sua tragicità, a partire dagli stridii digitali di This Life fino ad approvare ai dodici minuti della silente Across to Ayono.

Non è forse il miglior disco di Hecker, ma in molti riconosceranno in esso le proprie ansie e timori muti, che con questo artista acquisiscono una voce che parla a ognuno di noi.

Tracklist:

  1. This Life
  2. In Death Valley
  3. Is A Rose Petal Of The Dying Crimson Light
  4. Keyed Out
  5. In Mother Earth Phase
  6. A Sodium Codec Haze
  7. Across To Anoyo


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