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John Zorn – In a Convex Mirror (Tzadik, 2018) di Giuseppe Grieco

Due cose sono infinite disse il buon vecchio Einstein, l’universo e la stupidità umana. Io ne aggiungerei una terza: la produzione di John Zorn. L’infaticabile compositore e sassofonista statunitense ha rilasciato nel corso della sua lunga e incredibile carriera un numero impressionante di dischi, sia a suo nome che con altri pseudonimi o gruppi, sicuramente quelli più famosi sono i Naked City e Masada.

Esplorando le infinite vie che la musica ci mette dinnanzi, Zorn ha rilasciato nel 2018 vari dischi, tra cui In a Convex Mirrors. Qui troviamo una line up abbastanza scarna: Zorn è addetto alle tastiere e ovviamente al suo fidato sax, Ikue Mori all’elettronica e Ches Smith alle percussioni. Quest’ultimo è un profondo conoscitore di percussioni haitiane e delle loro cerimonie rituali, e il tessuto di ipnotici poliritmi che crea con il suo lavoro dietro le pelli è la vera impalcatura dell’opera.

Aperto da profondi rintocchi, In a Convex Mirror è un’esplorazione dei ritmi voodoo e dell’improvvisazione jazzistica newyorkese, un viaggio circolare diviso in tre sezioni in cui i tre musicisti fondono i loro strumenti creando un suono rotondo e spiritico. La ripetitività e la dispersione del tema a volte inficiano sull’ascolto, ma nel complesso il sistema funziona, mantenendo il suo fascino ossessivamente affascinante.

Tracklist:

  1. Veve
  2. Through a Glass, Darkly
  3. Le Tourbillon

 


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