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Muse – Simulation Theory (Warner Music, 2018) di Giuseppe Grieco

Gentili ascoltatori/ascoltatrici, insieme abbiamo combattuto una guerra dura, ve la ricordate? Fu quella scatenata dalla pubblicazione dell’ultimo album dei Deafheaven, in cui due agguerritissimi eserciti si scontrarono senza sosta per imporre la propria opinione sul disco e sulla band, tra chi li osannava e chi li disprezzava senza mezze misure.

Signori, ora siamo chiamati a combattere nuovamente, in uno scontro di portata molto maggiore. Stavolta a scatenarlo sono i Muse che, con il loro ottavo album in studio Simulation Theory stanno smuovendo il mondo di fan e critica, sono davvero in pochi a non essere toccati dalla questione. Nella stessa redazione di Relics si è avuta un’accesa discussione sull’album, che rimane, nel bene e nel male, uno dei dischi più attesi di questo 2018.

Personalmente i Muse non mi dispiacciono, seppur non sono mai stato colpito o coinvolto in maniera particolare dai loro album, come è invece successo a molti altri, a quanto pare. Tra aspetti che mi hanno convinto, altri meno, li ho sempre reputati un gruppo dall’alto potenziale e di buona qualità, pur non avendomi mai fatto gridare al miracolo o al capolavoro. Con questo punto di vista, ho sempre trovato interessante la diatriba che ogni loro album suscita puntualmente, e questo ovviamente non fa eccezione.

Rispetto a Drones, drammaticamente impegnato socialmente, Simulation Theory effettua una virata pop che ci porta verso territori più calmi e patinati. Tutto sembra finto, una visione in VR, pura realtà virtuale avanzatissima. La critica sociale c’è, quello di Bellamy è lo sguardo preoccupato di chi vede avanzare una tecnologia alienante, che altro scopo non ha se non quello di fuggire da una realtà che si fa sempre più scomoda. C’è a conti fatti timore sì, ma il terrore distopico di Drones è al momento mitigato.

Per rappresentare questa realtà digitalizzata i Muse prendono a piene mani dall’estetica appartenente agli anni ’80, introducendosi in quell’ampia corrente che del revival di questo periodo complesso ha fatto il suo, almeno per ora, obiettivo principale (lo spopolamento di Stranger Things ne è il perfetto manifesto). E se dobbiamo entrare in questi anni, tanto vale farlo senza risparmiarsi nulla. Ed ecco che Algorithm sfoggia rasoiate di sintetizzatore massicce, creando l’impalcatura drammatica che è il marchio di fabbrica della band, insieme alla sua famosa ampollosità sonora tendente nei casi limite alla megalomania. I brani pop sono carichi sonoramente ma spesso nella loro costruzione eccessiva finiscono per essere stucchevoli, come in Pressure, Propaganda o Get Up and Fight, complice anche la presenza di più produttori che, ognuno con il suo modo di fare e la sua idea, rendono poco coeso l’insieme. Tra episodi di autocitazionismo come Dig Down e altre prove più riuscite come Something Human o The Dark Side, i Muse sanciscono la sovranità dell’elettronica su chitarra e basso, usati soprattutto per intessere la trama di sottofondo e scarsamente usati per degli assoli.

Simulation Theory non mancherà di suscitare indignazione sia dagli storici detrattori della band che dai fan più legati al passato ed è di certo qualitativamente troppo altalenante per accostarlo ai loro album passati più famosi, è anche vero però che alcuni spunti degni di nota sono presenti e che non vanno ignorati. Ora la palla finisce tra le vostre mani: cosa chiedete a questa band, in questo 2018 e dopo tutto il percorso che ha intrapreso?

Sguainate le armi, la guerra incombe.

Tracklist:

01. Algorithm
02. The Dark Side
03. Pressure
04. Propaganda
05. Break it to Me
06. Something Human
07. Thought Contagion
08. Get Up and Fight
09. Blockades
10. Dig Down
11. The Void


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