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Keith Jarrett – La Fenice (ECM, 2018) di Paolo Guidone

Il più grande pianista vivente è un titolo difficile da attribuire con disinvoltura, poiché innumerevoli sono i fattori da prendere in considerazione oltre all’estremo virtuosismo tecnico. Senza dubbio, però, Keith Jarrett detiene tale titolo, membro di diritto dell’olimpo dei 2-3 più grandi pianisti contemporanei. Suo infatti è il disco solo di pianoforte più venduto nella storia della musica - il Koln Concert (1975) -con le sue oltre 3 milioni e mezzo di copie, è infatti il più celebre disco jazz di sempre e fu completamente improvvisato. Con tali premesse ogni suo lavoro diventa perciò, quasi inesorabilmente, un capo-lavoro. La…

Score

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Il più grande pianista vivente è un titolo difficile da attribuire con disinvoltura, poiché innumerevoli sono i fattori da prendere in considerazione oltre all’estremo virtuosismo tecnico.

Senza dubbio, però, Keith Jarrett detiene tale titolo, membro di diritto dell’olimpo dei 2-3 più grandi pianisti contemporanei. Suo infatti è il disco solo di pianoforte più venduto nella storia della musica – il Koln Concert (1975) -con le sue oltre 3 milioni e mezzo di copie, è infatti il più celebre disco jazz di sempre e fu completamente improvvisato. Con tali premesse ogni suo lavoro diventa perciò, quasi inesorabilmente, un capo-lavoro.

La Fenice è l’ultima opera che il maestro statunitense ci regala, appena dopo aver ricevuto quest’anno il Leone d’oro alla carriera alla Biennale di Venezia. E’ un doppio disco live solo che, per certi aspetti, strizza l’occhio al celeberrimo disco del 1975, ma con alcune importanti novità. E’ stato registrato nel 2006, in presa diretta, nell’omonimo teatro veneziano ed edito a 12 anni di distanza, e cattura tutta la potenza dell’interpretazione spontanea di Jarret.

Il primo cd è organizzato in cinque Parti ed è una lezione magistrale di musica atonale, ovvero quella musica suonata rovesciando lo schema di base dello spartito musicale occidentale tonale il quale ricerca sempre l’equilibrio e fa costantemente leva su di una nota tonica di riferimento. Nella musica atonale, invece, nessuna nota è più importante dell’altra, non ce n’è alcuna che funga da riferimento per la composizione della battuta. Ecco perché i primi sei brani, o Parti, possano apparire ostici ad un primo ascolto, quasi tasti suonati a caso come farebbe un bambino, ma ovviamente non è così: ci vuole pazienza e un po’ concentrazione per entrare in quei brani. 

Una volta entrati nel concetto di atonalità, però, il ritmo che ne è alla base diviene subito ipnotico, spirale e sempre più coinvolgente, ascolto dopo ascolto.

Nel secondo disco troviamo invece il ritorno alla musica tonale con pezzi ripresi dalla tradizione irlandese My Wild Irish Rose, musica boogie Part VIII e infine il suo straordinario pezzo di chiusura Blossom.

In due soli cd, il grande Keith Jarret riesce dunque non solo a deliziarci con brani di altissimo pregio e profondità espressiva ma ci regala anche una lectio magistralis di storia della musica, passando dal registro atonale a quello tonale, dalla musica classica al boogie, alle ballate tradizionali irlandesi.

Forse per alcuni non il suo lavoro più bello di sempre, che resta il Koln Concert, ma comunque un disco davvero straordinario che chiunque ami la vera Musica dovrebbe avere nella propria discoteca.

A prescindere dai suoi usuali ascolti.

Tracklist:

Disco 1

  1. Part I
  2. Part II
  3. Part III
  4. Part IV
  5. Part V

Disco 2

  1. Part VI
  2. The Sun Whose Rays
  3. Part VII
  4. Part VIII
  5. My Wild Irish Rose
  6. Stella By Starlight
  7. Blossom


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