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Vreid – Lifehunger (Season Of Mist, 2018) di Giuseppe Grieco

Nati dalle ceneri dei Windfir, ovvero una delle band cardine del panorama black metal scandinavo, i Vreid giungono al loro ottavo album lasciandosi alle spalle un album molto valido, Sólverv. Lifehunger è un disco che spazia molto dal black metal classicamente inteso: forti tendenze black’n’roll e hard rock ne percorrono le tracce, rendendo indubbiamente vario il sound dell’opera. Il primo elemento che subito attrae è la copertina, creata dall’abile mano artista norvegese Kim Holm e raffigurante un suggestivo e al contempo tipico spaccato dell’immaginario black, con rappresentazioni di morte, esseri simil demoniaci e una natura fredda e minacciosa. Il pezzo…

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Nati dalle ceneri dei Windfir, ovvero una delle band cardine del panorama black metal scandinavo, i Vreid giungono al loro ottavo album lasciandosi alle spalle un album molto valido, Sólverv.

Lifehunger è un disco che spazia molto dal black metal classicamente inteso: forti tendenze black’n’roll e hard rock ne percorrono le tracce, rendendo indubbiamente vario il sound dell’opera.

Il primo elemento che subito attrae è la copertina, creata dall’abile mano artista norvegese Kim Holm e raffigurante un suggestivo e al contempo tipico spaccato dell’immaginario black, con rappresentazioni di morte, esseri simil demoniaci e una natura fredda e minacciosa. Il pezzo introduttivo Flowers & Blood è un bell’episodio strumentale, che con il suo essere acustico e spazialmente vasto ben rappresenta i freddi paesaggi nordici. Con One Hundred Years la band preme sull’acceleratore con un riff accattivante e un drumming serratissimo, finché non viene intramezzata da un momento più acustico che sorprende inizialmente, ma tutto sommato ci si incastra bene. Lifehunger punta sul groove e The Dead White sul black’n’roll più classico, entrambe però risentono (paradossalmente) della poca originalità che affligge il disco: molte influenze ma usate secondo un pattern che si standardizza troppo velocemente, diventando quasi monotono.

Hello Darkness vanta Aðalbjörn Tryggvason dei Sòlstafir alla voce, ed è il pezzo più accessibile del disco, nel quale però risulta in parte fuori posto a causa del suo sound particolare. Black Rites In The Black Nights avanza con un incedere epico, Sokrates Must Die è un intensissimo elogio alla figura del filosofo Socrate e alla sua personalità che ne ha decretato la morte.

Chiude il tutto Heimatt, lunga traccia strumentale che contiene in sé i pregi e i difetti dell’album, dalla sua varietà al suo essere a tratti eccessivamente prolisso o poco coeso nel suo interno. Un disco godibile, ma non imprescindibile.

Tracklist:

  1. Flowers & Blood
  2. One Hundred Years
  3. Lifehunger
  4. The Dead White
  5. Hello Darkness
  6. Black Rites In The Black Nights
  7. Sokrates Must Die
  8. Heimatt


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