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In Flames – I, The Mask (Nuclear Blast, 2019) di Alessandro Magister

Sarebbe facile, per chi scrive, iniziare la recensione di I, The Mask spalando subito merda fumante a profusione. D'altronde parliamo di una band che, assieme ai Dark Tranquillity e agli At The Gates, ha contribuito a creare quel Gothenburg Sound tanto caro ai fan del death metal melodico (incluso il sottoscritto). Una band che ha contribuito a crearlo e che, rivendicandolo con orgoglio, ha deciso di intraprendere una strada completamente diversa ormai dal 2002. Da Clayman in poi il suono si è avvicinato più al nu-metal,  tanto in voga a inizio nuovo millenni, e successivamente, da Sounds Of A Playground Fading, ci…

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Sarebbe facile, per chi scrive, iniziare la recensione di I, The Mask spalando subito merda fumante a profusione. D’altronde parliamo di una band che, assieme ai Dark Tranquillity e agli At The Gates, ha contribuito a creare quel Gothenburg Sound tanto caro ai fan del death metal melodico (incluso il sottoscritto).

Una band che ha contribuito a crearlo e che, rivendicandolo con orgoglio, ha deciso di intraprendere una strada completamente diversa ormai dal 2002. Da Clayman in poi il suono si è avvicinato più al nu-metal,  tanto in voga a inizio nuovo millenni, e successivamente, da Sounds Of A Playground Fading, ci ritroviamo una qualche specie di rock imbastardito col metal. Ognuno di questi passaggi è stato accompagnato da malumori e critiche ma ha comunque consentito alla band di trovare nuovi fan, inconsapevoli o non interessati ai precedenti lavori. Da qui il problema nel giudizio; il nome della band, e il livello qualitativo dei suoi primi lavori, quasi impone un giudizio enormemente negativo.

Cerchiamo, se possibile, di argomentarlo. Resta il fatto che parliamo di una band che non ha più tra le sue fila nemmeno uno dei componenti originari e del suo glorioso passato conserva solo il nome. Mettiamoci, allora nei panni di chi conosca gli In Flames solo per gli ultimi tre lavori. La formula resta la stessa; le canzoni presentano una formula che si ripeta quasi identica, i riff sono piuttosto anonimi e l’unico aspetto degno di nota, se si esclude qualche infame sprazzo di autotune, è rappresentato dalla voce di Anders Friden.

Eventuali fan della prima ora apprezzeranno il cantato tagliente e aggressivo che si trasforma in pulito nei chorus senza eccessiva difficoltà. I quattro singoli rilasciati ancora prima della pubblicazione effettiva avevano, forse, la funzione di mostrare questa formula in grado di combinare melodia ed aggressività ossia gli elementi che, mischiati con sapienza, hanno decretato il successo del death melodico. Il problema è che, ad eccezione proprio dei singoli già noti, manca ogni elemento di supporto ai chorus e la formula stanca terribilmente già a metà disco. Evitiamo volutamente di riportare anche un solo titolo e lo facciamo perché non ne vale davvero la pena. Più che una band, sembra il lavoro di un singolo: le chitarre vomitano riff anonimi, la batteria non spicca mai nel suono complessivo e il basso probabilmente si è smarrito nel mixer.

Un disco incapace di sorprendere, incapace di emozionare, senza passione e creatività. Nessuno può contestare la scelta di non essere più parte dell’universo metal ma qui il problema è più profondo, trattandosi di un disco che sa di marcio anche confrontato coi lavori successivi alla svolta radio-friendly. Male…Malissimo.

Tracklist:

  1. Voices
  2. I, the Mask
  3. Call My Name
  4. I Am Above
  5. Follow Me
  6. (This Is Our) House
  7. We Will Remember
  8. In This Life
  9. Burn
  10. Deep Inside
  11. All the Pain
  12. Stay with Me


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