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Goodbye, Kings – A Moon Daguerreotype (Autoproduzione, 2019) di Giuseppe Grieco

I Goodbye, Kings nascono al termine del 2012, nella provincia di Milano. Dopo due album in studio e uno live, per i sette ragazzi che compongono il gruppo è giunto il momento del terzo full-lenght, stavolta autoprodotto. A Moon Daguerreotype ha dietro la sua genesi un’idea ben precisa, lascio che siano loro stessi ad esprimerla con le loro testuali parole: “A Moon Daguerreotype si basa sull'idea che la nascita della fotografia abbia permesso all'uomo di indagare sulla sua stessa esistenza in una maniera nuova, riproducendo meccanicamente il mondo intorno a lui. Il dagherrotipo inizia un'era tecnologica e di rappresentazione…

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POTENZIALITA'
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I Goodbye, Kings nascono al termine del 2012, nella provincia di Milano. Dopo due album in studio e uno live, per i sette ragazzi che compongono il gruppo è giunto il momento del terzo full-lenght, stavolta autoprodotto.

A Moon Daguerreotype ha dietro la sua genesi un’idea ben precisa, lascio che siano loro stessi ad esprimerla con le loro testuali parole: “A Moon Daguerreotype si basa sull’idea che la nascita della fotografia abbia permesso all’uomo di indagare sulla sua stessa esistenza in una maniera nuova, riproducendo meccanicamente il mondo intorno a lui. Il dagherrotipo inizia un’era tecnologica e di rappresentazione della realtà che ha dato inizio sia al cinema che ad una nuova pittura, ad una nuova scrittura e a un nuovo modo di conoscere le cose, fino ad arrivare all’utilizzo forsennato e acritico delle immagini di oggi. La luna, in questo contesto, appare ancora come misteriosa e sconosciuta -seppur profanata- e la nostra impotenza e fragilità di rappresentazione continua a inquadrarci come primitivi di fronte all’enormità e alla complessità del cosmo e dell’esistenza di un tutto”.

Negli scorsi lavori il gruppo ha dimostrato di possedere un tatto molto sviluppato, e anche stavolta non delude le aspettative. Dovessi definire il loro post-rock accostandolo a nomi importanti lo farei unendo il minimalismo dei Tortoise alla dolcezza pacata delle composizioni di Nils Frahm, ma ritengo che il paragone più accurato sia quello con i misconosciuti A Film In Color, sia come stile musicale che come scelta estetica, completamente in bianco e nero e dall’effetto molto poetico.

Registrato in vari studi milanesi e masterizzato negli Stati Uniti da James Plotkin (Isis, Sunn O))), il disco presenta otto tracce che, basandosi saldamente su una struttura post-rock, si aprono ad influenze jazz, ambient e in minima parte noise. Sono tutti pezzi onirici ed eterei, con forse l’unica eccezione quella di Giphantie, il pezzo più ruvido. Troviamo brani dalla durata tutto sommato breve, che potrebbero fungere idealmente da cesure se non fosse riduttivo definirli in tal modo, ed altri dalla classica durata da pezzo post-rock, quindi sui 7-8 minuti. Spicca per particolarità Space Frames Natives grazie alla messa in primo piano del sax, mentre per durata balza all’attenzione A Moon Daguerreotype, circa quindici minuti di saliscendi emotivi. Non a caso uno degli obiettivi del gruppo è “mostrare la nostra frattura, la nostra impotenza, la nostra fragilità come persone, musicisti ed esseri umani, attraverso uno sguardo antico, come il dagherrotipo, a quello che sta sopra di noi”.

A Moon Daguerreotype rappresenta a conti fatti un’ulteriore conferma di questo gruppo di punta nel circolo del post-rock italiano, un disco curato e ragionato, con tutte le carte in regola per farsi conoscere anche al di fuori del nostro Paese.

Tracklist:

  1. Camera Obscura
  2. Méliès, The Magician
  3. Drawing With Light
  4. Phantasma
  5. Giphantie
  6. Space Frame Natives
  7. The Ancient Camera Of Mo Zi
  8. A Moon Daguerreotype


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