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Black Mountain – Destroyer (Jagjaguwar, 2019) di Gianni Vittorio

Uno dei gruppi che pescano dagli anni '70 e dal prog in particolare sono i Black Mountain, che tornano sulla scena rock con Destroyer. L’incipit del disco, tutto tastiere e chitarre ci introduce in un sound elettrificato, caratterizzato da un mood zeppelliniano, infarcito di sintetizzatori vintage. Basta ascoltare Future shade per rendersene conto. La successiva Horns arising, forse il pezzo più riuscito, è una suite prog che arricchisce di contenuti un album che prosegue sulla falsariga dei precedenti. Le acque si calmano con Closer to the edge. Organi,  mellotron e suoni acidi compongono l’architettura sonora di High Rise, uno…

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Uno dei gruppi che pescano dagli anni ’70 e dal prog in particolare sono i Black Mountain, che tornano sulla scena rock con Destroyer.

L’incipit del disco, tutto tastiere e chitarre ci introduce in un sound elettrificato, caratterizzato da un mood zeppelliniano, infarcito di sintetizzatori vintage. Basta ascoltare Future shade per rendersene conto. La successiva Horns arising, forse il pezzo più riuscito, è una suite prog che arricchisce di contenuti un album che prosegue sulla falsariga dei precedenti.

Le acque si calmano con Closer to the edge. Organi,  mellotron e suoni acidi compongono l’architettura sonora di High Rise, uno dei brani cantati in duetto.

Come di consueto le sferzate si alternano con alcune ballad dalle cadenze soporifere come Pretty little lazies, ma del lavoro discografico quello che sorprende è la capacità di cambiare registro all’interno della stessa canzone.

Infatti i cambi di ritmo sono stati sempre il punto di forza dei Black Mountain; forse manca una certa ricercatezza sonora, che si  intravedeva nei primi dischi. Alcuni giri di chitarra alla lunga possono stancare, ma va riconosciuto la loro solida forza espressiva, nonostante siano venuti a mancare ben due componenti del gruppo. La voce matura di Raphael Fennon (Sleepy Sun), e John Congleton (St. Vincent) al missaggio sono i volti nuovi di un lavoro che inizialmente doveva essere di 22 tracce, successivamente ridotto a soli 8 pezzi.

In conclusione un disco hard-rock dalle influenze psichedeliche e prog, ma dal sapore nostalgico, che nulla aggiunge a quanto già prodotto dal quintetto canadese.

Un discorso a parte va fatto per la coda conclusiva FD 72, brano glaciale, che ricrea alla perfezione un’atmosfera glam/boweniana.

Tracklist:

  1. Future Shade
  2. Horns Arising
  3. Closer To The Edge
  4. High Rise
  5. Pretty Little Lazies
  6. Boogie Lover
  7. Licensed To Drive
  8. FD 72


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