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The National – I Am Easy To Find (4AD, 2019) di Ornella Chiparo

Molto spesso quando si ascolta un brano dei The National si è subito colpiti da un elemento distintivo della band: la noia mortale. La voce di Berninger, baritonale, malinconica e triste che nei lavori precedenti ci ha accompagnato nella continua oscillazione tra inconsce manie suicide e crisi maniaco-depressive, in questo nuovo disco uscito a maggio, per la prima volta nella carriera del quintetto dell’Ohio, non rappresenta il nucleo del disco, ma (diotilodiamoetirendiamograzie!) solo l’orbita di quest’universo musicale chiamato I Am Easy To Find. Ed è pertanto chiaro che questo fatto non possa che rivelarsi un bene, poiché rende il…

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POTENZIALITA'
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Molto spesso quando si ascolta un brano dei The National si è subito colpiti da un elemento distintivo della band: la noia mortale.

La voce di Berninger, baritonale, malinconica e triste che nei lavori precedenti ci ha accompagnato nella continua oscillazione tra inconsce manie suicide e crisi maniaco-depressive, in questo nuovo disco uscito a maggio, per la prima volta nella carriera del quintetto dell’Ohio, non rappresenta il nucleo del disco, ma (diotilodiamoetirendiamograzie!) solo l’orbita di quest’universo musicale chiamato I Am Easy To Find.

Ed è pertanto chiaro che questo fatto non possa che rivelarsi un bene, poiché rende il progetto in assoluto il più articolato e collaborativo di sempre nell’intera discografia dei The National, che per la prima volta non sono rimasti da soli a seguire l’intero processo creativo e che, finalmente, forse, riusciranno a farci ascoltare un disco per intero, evitando tragici epiloghi per l’umanità e, soprattutto, per noi musicofili.

Per quanto costantemente “fuori moda”, e non certo adoni da copertina, oltre che incapaci di scrivere potenziali hit di massa, i The National scavallando tutti i potenziali hype incontrati lungo il loro cammino, perseverando lungo un percorso dedito a ricerca e perfezionismo (mai raggiunto n.d.r.) hanno definito negli scorsi mesi un nuovo sfidante progetto condiviso con Mike Mills, regista del toccante cortometraggio I Am Easy To Find, interpretato da Alicia Vikander (premio Oscar come Miglior attrice non protagonista nel 2016 per The Danish Girl), parte essenziale di questo step artistico.

I Am Easy To Find è un disco che si colloca su scenari leggermente classici che fanno intravedere persino un taglio spirituale, quasi sacro ottenuto probabilmente anche attraverso l’impiego dai cori (eseguiti dal Brooklyn Youth Chorus).

Un disco che potrebbe definirsi, dunque, un collage più che un’opera coerente e monolitica, forse perché molti brani sono stati ripescati dal cestino degli anni passati.

Inoltre, la produzione di Mills, che ne giustifica anche la sorprendente durata (circa sessantaquattro lunghissimi minuti), lo rende un prodotto ibrido e fortemente contaminato, anche se pur sempre riconoscibile.

Ne sarà felice la fedele e onnipresente fanbase della band, le sedici tracce che compongono il disco, in realtà non fanno altro che consolidare la fama e lo stile del gruppo, rafforzandone il trademark attraverso i loro testi emblematici, che rappresentano un vero e proprio marchio di fabbrica e l’estetica del sound altezzosamente delicata ed elegante.

In soldoni, lo storytelling del buon vecchio Matt, è rimasto intatto nella sua instancabile decadenza.

Passando al lato visivo, le 164 scene che riempiono i 24 minuti di cortometraggio di I am easy to find, raccontano con  sensibilità una vita intera, ora banale ora semplice ora stupefacente ora fragile, ma di certo non razionale.

Riconoscere e scoprire mani e piedi per la prima volta, imparare a leggere e scrivere, andare al lavoro con papà, vedere mamma e papà che litigano, il primo “ti amo”, diventare madre, vedere morire la propria madre, la nostalgia dell’infanzia, diventare nonna, le chiacchiere con i figli, la malattia inaspettata.

L’intera opera collettiva, perché è così che va definito questo disco, è il tentativo di penetrare nei capillari dell’emotività umana come in un’operazione di microchirurgia, una messa a fuoco intensa sugli stati d’animo, ma non per forza su quelli più complessi, un elogio a quei fotogrammi di vita apparentemente inutili ma che compongono la maggior parte della nostra memoria.

Il senso dei pomeriggi vuoti sul divano a fissare il soffitto o al massimo a scrollare l’Instagram, l’odore delle dispense delle case in cui abbiamo vissuto, l’adolescenza trascorsa a gambe incrociate sul pavimento, davanti allo stereo hi-fi in cameretta ad ascoltare una dozzina di dischi, mentre tua madre da dietro la porta ti implora di fare i compiti, mentre il mondo continua a ruotare e con esso la tua vita continua scorrere, muta senza che tu te ne renda conto. Allora, tenterai di focalizzare la velocità con cui tutto ciò accade e inizierai a temere la morte, come la paura di perderti qualcosa per strada, di non avere abbastanza tempo; assisterai inerme alla scissione dei legami che hai costruito non solo con le persone, ma con gli oggetti e le cose, inizierai a chiederti dove andrai a finire alla fine di tutto questo ed è lì, in quell’istante che partirà in loop Begin the begin.

L’universo musicale dei The National è sempre stato più orientato all’umore e alla trama piuttosto che a produrre un unico singolo d’effetto, e la verità è che odio i The National perché sembrano conoscermi più di quanto io conosca me stessa.

Tracklist:

  1. You Had Your Soul With You
  2. Quiet Light
  3. Roman Holiday
  4. Oblivions
  5. The Pull Of You
  6. Hey Rosey
  7. I Am Easy To Find
  8. Her Father In The Pool
  9. Where Is Her Head
  10. Not In Kansas
  11. So Far So Fast
  12. Dust Swirls In Strange Light
  13. Hairpin Turns
  14. Rylan
  15. Underwater
  16. Light Years


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