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Intervista a Marco Barzetti (True Sleeper), a cura di Gianni Vittorio

Di recente abbiamo incontrato True Sleeper, alias Marco Barzetti, artista romano che ha appena pubblicato il suo nuovo album Life Happened, per l’etichetta Lady Sometimes Records.
Ecco l’intervista curata per noi da Gianni Vittorio.

 

  • Ciao Marco, ad Aprile è uscito il tuo nuovo progetto, True Sleeeper. In quanto tempo lo hai prodotto? Che differenze ci sono rispetto ai Weird. e alle tue passate collaborazioni?

 

La genesi risale a settembre 2015, ma già c’erano alcuni germi ancora prima dell’uscita del mio precedente disco con i Weird. In questo caso avevo la precisa volontà di costruire un disco completamente da solo, che mi rappresentasse al 100%. Dal punto di vista stilistico in True Sleeper ci sono più colori e risulta più armonioso ed aperto rispetto ai lavori passati, seppur esistono dei punti di contatto, rappresentati principalmente dalla voce e dai suoni di chitarra.

 

  • Ad un primo ascolto sembra un disco che respira dream pop e shoegaze, le due anime presenti nella tua musica.

È un disco con un approccio più cantautoriale, con una ricerca attenta nella stratificazione dei suoni. Mi piacciono molto le atmosfere shoegaze e dream pop, in particolare dei primi Slowdive, ma in questo lavoro ho cercato di allontanarmi un po’ per arrivare ad ottenere un suono più personale e meno derivativo. E’ sicuramente un album molto cerebrale e pensato.

 

  • Sei un polistrumentista, infatti in questo disco hai suonato tutti gli strumenti presenti. A quale sei più legato? Di solito scrivi la musica al pianoforte o con la chitarra?

 

Il mio strumento principale è la chitarra, nel senso che è l’unico che ho studiato non da autodidatta, nonché quello che utilizzo nei live. Tuttavia un buon 50% della mia produzione sin dal primo disco Weird. è stato concepito e sviluppato al piano. Difficilmente riesco a considerare una canzone al di fuori del contesto album, infatti la tracklist viene decisa ancor prima di completare i pezzi. La fase di registrazione è stata svolta presso il VDSS Recording studio insieme a Filippo Strang. Una sessione di sei giorni molto intensi, ma l’adrenalina in corpo mi ha alleggerito il lavoro, anzi è stata un’esperienza fantastica. La finalizzazione dei testi e il mixaggio hanno richiesto all’incirca un anno di lavoro ulteriore.

 

  • Tornando allo stile e alle sonorità presenti ciò che emerge è un suono molto compatto ed omogeneo, direi quasi un concept. Con degli arpeggi e richiami che ritornano da un brano all’altro. Che ne pensi?

 

Mi piace definire Life Happened un concept “sonoro”. L’atmosfera sonora risulta essere molto omogenea perché su tutti i pezzi ho usato lo stesso basso, la stessa batteria e gli stessi suoni di chitarra molto stratificati. Un suono molto denso perché alla struttura di base ho aggiunto anche qualche tastiera: nello specifico simulazioni di organo Hammond, Solina string ensamble e un vero Farfisa Compact degli anni ’60.

 

  • Lunacy è il brano più lungo del lotto di canzoni (ben 9 minuti), lo possiamo definire la vera summa del disco?

 

Si, dici bene, è la summa del disco, ma è anche il brano che non ha una struttura ben definita, il tempo cambia sempre, ma il mood resta quello. L’intento della parte finale è chiaramente quello di riprendere l’inizio di Blurred Hearts, per rendere un senso di circolarità.

 

  • Parlaci brevemente degli artisti che hanno contribuito alla tua cultura e formazione artistica. Segui delle band giovani che sono state fonte di ispirazione?

 

Gli Have A Nice Life sono uno dei gruppi a cui sono più affezionato. Mi hanno ispirato molto soprattutto per l’attitudine DIY e lo-fi. Lo stesso potrei dire di Tame Impala, più che altro per l’approccio solipsista in tutte le fasi di produzione di un disco.  Poi certamente, tornando alle basi, inprescindibili i primi Pink Floyd, i Beatles da Rubber Soul in avanti e i Flaming Lips che tutto sommato sono la mia band preferita. In Italia, sicuramente i Verdena, per la totale dedizione alla musica e per l’approccio autistico alla registrazione. Prediligo sempre la musica che ha una valenza emozionale, non amo le sonorità fredde e distaccate.

 

  • La scelta dell’artwork è molto particolare, da dove nasce?

 

La scelta della cover è nata per caso e dopo aver completato il disco. Sfogliando un album fotografico di Esmeralda (Lady Sometimes) ho notato uno scatto fatto dal papà, che ritraeva lei da piccola. Ho deciso subito che sarebbe diventata la foto di copertina, da lì la decisione di mettere anche altre immagini floreali nel resto dell’artwork.

 

  • Anticipazioni per il prossimo album?

Ci sto già lavorando, molto lentamente. Per adesso posso dire che sarà molto diverso da questo e sicuramente ancor meno etichettabile, diciamo che potrebbe essere più “elettronico” toccando atmosfere trip-hop.

 

 


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