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Le Guess Who? 2019, Utrecht (testo di Mauro Tomelli)

Rieccoci a Utrecht, 40km scarsi da Amsterdam, la città olandese che per tanti versi può essere considerata la Bologna olandese; tanti studenti, tantissimi giovani (come del resto è pieno una nazione come l’Olanda), tantissima energia che si può percepire attraverso la calma apparente di una città di 400mila abitanti a cui piace la tranquillità nel calore delle loro belle case a più piani ma che si lascia infervorare facilmente. In sintesi una città viva e dinamica. Come ogni anno a novembre – quest’anno tra il 7 e il 10-  in città c’è stato Le Guess Who?, un gioiello che richiama gente da tutta Europa con anche una bella delegazione dall’Italia. Rieccomi dopo essere mancato purtroppo l’anno scorso, emozionato come un bimbo davanti ad un luna park.

E definire Le Guess Who? un luna park non è un’eufemismo; si va su e giù per quattro giorni per le sale del Tivoli, il palazzone a vetri davanti alla stazione che ospita la maggior parte dei concerti, passando di sala in sala rincorrendo e purtroppo rinunciando inevitabilmente a qualcosa a scapito di altre. Lo Grote Zaal, la Ronda, la Pandora, l’Hertz, il Cloud Nine. Si passa da un palco all’altro, scale e scale mobili, pochissime soste, tante birrette. E tutto diventa famigliare nel giro di un giorno.

Che Le Guess Who? sia una gran cosa è ormai certificato. Gli elementi per vincere ci sono tutti; una città molto accogliente e a misura d’uomo, un pubblico giovane e consumatore di musica in qualsiasi forma e infine un programma molto variegato dalle tante sfaccettature. Questo è il risultato della gestione delle line up che viene affidato ad artisti molto diversi tra di loro e che, seguendo il loro logico background musicale, fanno di questo festival più festival uno dentro l’altro. Per l’edizione 2019 i curatori sono sono stati la cantante e attrice maliana Fatoumata Diawara, la coppia formata dalla fashion designer olandese Iris Van Herpen e dal sound artist Salvador Breed, la cantante e artista multidisciplinare norvegese Jenny Hval, il produttore e compositore multiforme Kevin Martin aka The Bug, il compositore d’avanguardia newyorchese Patrick Higgins e il duo psych-kraut Moon Duo.

Sono arrivato giovedì sera e sono entrato direttamente al Tivoli. Ho messo la valigia nel guardaroba e sono corso alla Ronda per vedere almeno un’ultimo spezzone dei Goldflesh. Da quel poco che sono riuscito a sentire e dagli sguardi del numeroso pubblico ho percepito la grandiosità dello show, confermato anche da amici e conoscenti che emergevano piano piano dalla penombra della sala.

Photo by Tim van Veen

Peccato, ma poco male. C’è ne sarebbe stata di musica da ascoltare in questo eccitante week end lungo. Ed ecco infatti il turno degli Earth di Dylan Carlson, i padri del grunge quando ancora non era grunge, che da pochissimo hanno rilasciato un nuovo disco. Un loro concerto è sempre un’esperienza mistica e ipnotica e anche questa volta è stata così.

Earth Photo by Erik Luyten

Ho concluso la prima giornata con il nuovo progetto di Kevin Martin con Justin Broadrick dei Goldflesh, Zonal, in questo caso con il featuring del paroliere giamaicano Nazamba e la poetessa-musicista di Philadelphia Moor Mother che partecipa in diverse tracce del disco. Ne ero molto curioso essendo un grande fan del produttore inglese. Curiosità decisamente soddisfatta vista la qualità della performance, una delle cose che più mi sono piaciute in assoluto.

Zonal Photo by Jelmer de Haas

Ora, fermiamoci un attimo. Cosa fa la differenza fra un Festival e un altro? I dettagli ovviamente, piccoli e grandi che siano. Dalla scelta delle location al numero dei bar che rimangano aperti fino a quando l’ultimo avventore non se ne andato. Nessuno viene cacciato dal locale appena si accendono le luci come spesso capita in Italia ma la gente viene gentilmente avvisata che i bar “resteranno a servire ancora per poco quindi, ci dispiace”. E poi l’acustica delle sale e la cura nell’hospitality, dai bagni puliti al numero dei guardaroba. Insomma tutta la magia che riesce a trasmettere un festival è dovuto a più cose. Nel caso del Le Guess Who? le componenti ci sono tutte ma non solo. Questo è un happening che coinvolge tutta la città, che si fa in festa e accoglie ogni anno un gran numero di partecipanti locali e numerosissimi stranieri. Coinvolge la città perché i luoghi degli eventi sono la città; oltre al Tivoli ci sono locali storici come l’EKKO, il De Helling o il BASIS ma anche i monumenti come le chiese di Jankerk e di Jacobkerk.
Aggiungiamo poi un’altra cosa: Le Guess Who? non è un piccolo festival. Non è paragonale ai i nostri seppur molto validi “boutique festival”. Qui i numeri sono altri, decisamente maggiori.

Venerdì sono riuscito a vedere ad inizio serata Drew Mcdowall. L’ex Coil ha riproposto il suo lavoro più importante Tim Machines. Terminato ho fatto un giro in uno dei negozi di dischi migliori della città, il Dig It. Qui ho incontrato il cantante dei Deerhunter Bradford Cox che in gergo milanese ha cominciato ad “asciugare” il gestore del negozio facendo domande e chiedendo di ascoltare dischi a raffica. Tempo un’oretta e me lo sono ritrovato sul palco. Prima di finire il concerto ha iniziato la sua gig raccomandando di andare al Dig It e soprattutto di “put on your red and blues shoes and run to go listen the Raincoat“, la storica band new wave inglese che avrebbero cominciato subito dopo. Risultato la sala era murata di gente già parecchio prima del concerto e quindi inavvicinabile. Poco male, ho preso la bici e mi sono diretto alla chiesa di Jaconkerk dov’era in programma il progetto di Alessio Natalizia aka Not Waving e Dark Mark aka Mark Lanegan che mi ha ricordato l’ultimo Nick Cave. Aspettiamo ora il disco d’esordio.

Deerhunter Photo by Jelmer de Haas

Ho finito la nottata con il noise dei Lightning Bolt che sono andati avanti fino alle 3. Non era mancata in questa giornata la presenza a sorpresa che nelle altre edizioni capitavano spesso tutti i giorni del festival. Quest’anno ci si è limitati solo al venerdì, con la sorpresona del dj set di Björk e che a dir la verità poteva essere pronosticabile. Iris Van Herpen infatti da tempo cura i suoi costumi di scena e tra le varie mostre legate al festival nei vari musei di Utrecht era programmata anche una di James Merry, artista e creatore di maschere barocche e compagno dell’artista islandese.

Björk Photo by Erik Luyten

Sabato ha regalato molte soddisfazioni la performance di Makaja McCraven e il suo progetto alla Grote Zaal, il vero auditorio del Tivoli, dove l’acustica raggiunge livelli molto alti, sbalorditivi direi. Non si può chiedere di meglio per un concerto jazz o dove vi è l’utilizzo e sovrapposizione di tanti strumenti. Altro jazz spettacolare ma più sul free e d’avanguardia è stato quello del duo DJINN. Grande folla per i Moon Duo e per The Bug (Kevin Martin) con featuring Flowdan e Manga Saint; buono ma un pò ripetitivo soprattutto per chi aveva già visto lo show di Zonal il giovedì.

Makaja McCraven Photo Jelmer de Haas

Per me la cosa più figa è stato lo show di Amnesia Scanner, ma sono di parte perché sono in questo momento sono uno dei miei gruppi preferiti. E’ la prima volta che vedevo il duo finlandese – ma residente a Berlino – composto da Ville Haimala e Martti Kalliala. Un concerto-performance electro-ambient perfettamente riuscito. Ha concluso il terzo giorno la dancehall di Jah Shaka Sound System che trascina gli ultimi avventori del Tivoli quasi fino all’alba.

Jah Shaka Sound SystemPhoto by Erik Luyten

L’ultimo giorno, domenica 10 novembre, è stato catalizzato da uno dei concerti più attesi, quello di Holly Herndon che presentava per la prima volta il nuovo disco PROTO. Molto bello, molto coinvolgente. Accompagnata da tre cantanti a cappella e da clips sci-fi su videowall, la cantante-performer americana ha dato vita ad un’esibizione quasi religiosa, un quasi rito pagano riprendendo tutti gli elementi che si possono trovare nei nuovo disco.

Holly Herndon Photo by Jelmer de Haas

eccezionale poi è stata l’esibizione della cantante malese residente a Como Fatoumata Diawara, un’altra delle curatrici di questa edizione. Cantante, chitarrista ma anche attrice, la musica di Fatoumata non ha compromessi ideologici, affronta argomenti alquanto spinosi e dolorosi che riguardano il suo paese, il Mali, e lo fa con la sua world music energica e coinvolgente. Concerto bellissimo, memorabile, terminato con tanti spettatori sul palco che hanno accompagnato la band con balli e tanto entusiasmo. Hanno concluso il festival i cileni Follakzoid con il loro space krautrock rock. Poi tutti a ballare all’aftershow di DJ fiz al BASIS fino all’alba.

Fatoumata Diawara Photo by Jelmer de Haas

Questo, e poco altro, è  stato quello che sono riuscito a vedere in questa edizione 2019 e tanto è stato – come sempre capita a tutti purtroppo – quello a cui ho dovuto rinunciare. Amici mi hanno parlato dei concerti strepitosi dei Tropical Fuck Storm o di Idris Ackamoor & The Pyramids facendo crescere in me un pò di “rosicamento”. Se infatti bisogna fare un’appendice di critica al festival questa è riguardo alla sempre abbondanza e spesso sopra-abbondanza di proposte che ogni volta deve portare ad una dolorosa e faticosa selezione. Ma se la pecca di questo bellissimo festival deve essere il poco gestibile numero di shows da vedere, allora ben vengano questi problemi anche l’anno prossimo. L’edizione 2020 ci aspetta.


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