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Nile – Vile Niotic Rites (Nuclear Blast, 2019) di Luca Battaglia

A 4 anni dal loro ultimo full-lenght What should be not unearthed, gli statunitensi Nile hanno dato la luce a Vile Niotic Rites, distribuito da Nuclear Blast. La band, nata nel 1993 da un'idea di Karl Sanders, propone un death metal sopraffino e iper-tecnico che si ispira alle tematiche egizie (da questo il nome della band) e a tutto ciò che può essere evocato in natura. Passiamo adesso all'analisi dell'album. Facciamo una piccolissima premessa prima di inoltrarci nei plurimi e labirintici dedali che questo disco ci propone: Vile Niotic Rites vi prenderà a ceffoni dal primo all'ultimo secondo. Nessuna ricerca di alcuna melodia pervenuta,…

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A 4 anni dal loro ultimo full-lenght What should be not unearthed, gli statunitensi Nile hanno dato la luce a Vile Niotic Rites, distribuito da Nuclear Blast.

La band, nata nel 1993 da un’idea di Karl Sanders, propone un death metal sopraffino e iper-tecnico che si ispira alle tematiche egizie (da questo il nome della band) e a tutto ciò che può essere evocato in natura.

Passiamo adesso all’analisi dell’album.

Facciamo una piccolissima premessa prima di inoltrarci nei plurimi e labirintici dedali che questo disco ci propone: Vile Niotic Rites vi prenderà a ceffoni dal primo all’ultimo secondo. Nessuna ricerca di alcuna melodia pervenuta, è pura violenza musicale eseguita con una tecnica magistrale, punto. Se amate le sfumature più melodiche che hanno caratterizzato il genere negli ultimi anni skippate e cancellate i Nile dalle vostre playlist.

11 brani che dislocheranno le vostre vertebre cervicali in maniera irreversibile, dove la maestria di una band così consolidata esce con un’esplosione di brutalità e bravura ai limiti dell’umano.

Non possiamo non fare menzione del fatto che nei Nile, alla batteria, c’è un fuoriclasse assoluto che all’anagrafe porta il nome di George Kollias. Il greco è più in forma che mai e spiana la strada con le sue pelli cingolate all’efferatezza vocale di Brian Kingsland che ha sostituito alla grande Dallas Toler, che ha mollato i Nile 3 anni fa, e alle chitarre affilate di Sanders, altro vero e proprio mostro sacro.

Il disco scivola via bene senza lasciare quel senso di pesantezza che questo genere può lasciare nel vostro cervello e alle vostre orecchie. Questo processo è aiutato molto dall’inserimento di strumenti (usati spesso nelle intro e outro dei pezzi) non propriamente comuni, come il Baglama o il Bouzouki, che trasmettono una sorta di misticismo alle tracce, tagliando fuori quel senso di massacro incessante che alla lunga stanca anche l’ascoltatore più avvezzo a queste ritmiche.

Parliamoci chiaro, questo album non sarà mai una punta di diamante nella discografia dei Nile, come possono essere Ithyphallic o Annihilation of the wicked, ,ma la qualità resta altissima per tutti i 54 minuti.

In conclusione un buon disco, che non rivoluziona certo niente in un genere che oramai ha detto tutto o quasi, ma il fatto che nella massa si possa ancora distinguere nettamente una band come i Nile con il suo stile e i suoi sinistri meandri qualcosa vorrà pur dire.

Senza infamia e senza lode, solo tanta tanta cattiveria musicale messa al vostro servizio.

Tracklist:

    1. Long shadows of Dread
    2. The Oxford handbook of savage genocide
    3. Vile Nilotic rites
    4. Seven horns of war
    5. That which is forbidden
    6. Snake pit mating frenzy
    7. Revel in their suffering
    8. Thus Sayeth the parasites of the mind
    9. Where si the wrathful sky
    10. The imperishable stars are sickened
    11. We are cursed

 


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