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The Dead Daisies – Holy Ground (Steamhammer Records, 2021) di Francesco Sermarini

 È opinione diffusa che l’hard rock, ormai da diversi anni, stia attraversando un periodo difficile. Non tanto per il numero di appassionati o di ascolti che pure restano interessanti (basti vedere i numeri che ancora oggi gruppi come AC/DC o Kiss riescono a fare), ma per via di una sempre maggiore piattezza qualitativa in molte uscite legate a questo genere, che  ha senza dubbio fatto la Storia della musica. Fra le sue file, infatti, troviamo sempre più frequentemente o gruppi "storici", che marciano sulle glorie del proprio passato ma soffrendo di poca originalità, oppure nuove proposte dalla dubbia qualità…

Score

Artwork
Concept
Potenzialità

Conclusione : Musica da boomer, ma fatta bene.

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 È opinione diffusa che l’hard rock, ormai da diversi anni, stia attraversando un periodo difficile. Non tanto per il numero di appassionati o di ascolti che pure restano interessanti (basti vedere i numeri che ancora oggi gruppi come AC/DC o Kiss riescono a fare), ma per via di una sempre maggiore piattezza qualitativa in molte uscite legate a questo genere, che  ha senza dubbio fatto la Storia della musica. Fra le sue file, infatti, troviamo sempre più frequentemente o gruppi “storici”, che marciano sulle glorie del proprio passato ma soffrendo di poca originalità, oppure nuove proposte dalla dubbia qualità e continuamente spinte dai grandi circuiti fino ad apparir, talvolta, stucchevoli.

I The Dead Daisies risultano, però, una sorta di eccezione all’interno di quell’ingranaggio descritto prima, in quanto costituito proprio da figure chiave del passato, ancora capaci di portare quella musica con cui hanno fatto fortuna, sino ai giorni nostri, senza snaturarla o modernizzarla eccessivamente. Questo super-gruppo vede al suo interno un puzzle composto da musicisti provenienti da realtà affermate quali Whitesnake, Thin Lizzy, The Cult, Guns n’ Roses e via dicendo. Il risultato è certamente positivo, in quanto questi importanti elementi riescono a trovare una loro sintonia senza scavalcarsi l’uno sull’altro, e portando con essi l’immenso bagaglio di esperienza e successo personali.

L’ascolto di questo Holy Ground saprà far battere i cuori di tutti coloro che sono cresciuti a pane e rock duro, grazie ad una buona amalgama di chitarre dal piglio facile grazie al loro groove trascinante, una voce (quella di Glenn Hughes) che impreziosisce la proposta dei nostri dandogli una nota più blues ed una produzione cristallina che risalta bene il riffing e la sezione ritmica ma senza risultare plasticosa. All’interno dell’album sono presenti diverse canzoni costruite in maniera quadrata e senza pretese, come l’iniziale title track, Come Alive oppure Saving Grace. Bisogna segnalare, però, anche la presenza di brani meno riusciti e privi di mordente come la stucchevole 30 Days in the Hole e la semi-ballad Far Away, la quale chiude il disco con un sapore di già sentito.

In fin dei conti questo disco dei The Dead Daisies è dunque un lavoro gradevole ma “già sentito”, con alcune idee interessante a far da contorno ad un genere di musica che forse non ha più pretesa di inventare nulla di nuovo e va benissimo così.

Musica da boomer, ma fatta bene.

 

Tracklist:

  1. Holy Ground (Shake the Memory)
  2. Like No Other (Bassline)
  3. Come Alive
  4. Bustle and Flow
  5. My Fate
  6. Chosen and Justified
  7. Saving Grace
  8. Unspoken
  9. 30 Days in the Hole 
  10. Righteous Days
  11. Far Away


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Francesco Sermarini

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