Ci sono realtà che, nonostante il sempre maggiore successo in patria, da noi non riescono mai ad attecchire per bene, rimanendo conosciuti principalmente agli appassionati del genere. Questo è proprio il caso dei The Wonder Years, gruppo americano che, nonostante esistano da più di dieci anni e questo Sister Cities sia la loro settima fatica, non vengono quasi mai citati dalla stampa specializzata italiana. A mio modestissimo parere posso solo dire che questo è un grande peccato, perché in questo modo non si è permesso di far pubblicità ad uno dei gruppi più interessanti, emotivi e di milgior qualità che quel sottobosco di musica emo con forti ispirazioni al pop punk/punk rock sia mai riuscita a sfornare.
Parlando della storia recente della band, i The Wonder Years li avevamo lasciati con un No Closer To Heaven drammaticissimo, sia nei testi che nelle sonorità. I nostri, ovviamente, non vogliono cambiare le carte in tavola, quindi fanno uscire un nuovo disco (Sister Cities, appunto), ma cambiando le tematiche: a questo giro non si parlerà di morte e della perdita dei propri cari, ma sul viaggio, sulle distanze enormi da compiere, le quali, però, risultano non così impossibili da intraprendere.
Però parliamo della vera protagonista dell’album: la pateticità. I The Wonder Years hanno la grande capacità di prenderti direttamente al cuore e di stringertelo il più possibile. E’ difficile rimanere impassibili durante l’ascolto e non farsi prendere, anche se poco, dall’emozione. Le chitarre creano delle melodie e degli arrangiamenti evocativi a palla, nostalgici e malinconici, creando nella nostra mente paesaggi di periferia grigi e spenti. La voce del frontman Danny Campbell è struggente, una voce letteralmente perfetta per il tipo di atmosfere che il gruppo crea, con delle lyrics, sempre scritte dal nostro Campbell, semplici ma mai banali, riuscendo a descrivere in modo così sincero determinate sensazioni ed emozioni da essere quasi allarmante.
Non è il miglior disco dei The Wonder Years, questo è certo, ma è comunque un ascolto che merita davvero davvero molto. Probabilmente esistono diversi scettici riguardante il genere proposto dal gruppo, o altri che pensano che potrebbe essere uno di quei lavori così iper-drammatici da risultare quasi “cringe”, ma provate a fare un atto di fede e a buttarvi in questo Sister Cities, o anche in tutta la discografia dai The Wonder Years; non ne rimarrete affatto delusi.
Tracklist:
- Raining in Kyoto
- Pyramids of Salt
- It Must Get Lonely
- Sister Cities
- Flowers Where Your Face Should Be
- Heaven’s Gate (Sad & Sober)
- We Look Like Lightning
- The Ghost of Right Now
- When the Blue Finally Came
- The Orange Grove
- The Ocean Grew Hands to Hold Me
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