2Days Prog+1 Festival: Day3 (foto di Giovanni Cionci)

Testo e foto di Giovanni Cionci.

Ecco dunque giunti (purtroppo!) all’ultima giornata del 2Days Prog+1 Festival (se vi siete persi la cronaca del primo e del secondo giorno, potete trovarle QUI e QUI).
Quattro sono le band in programma sul palco principale. Tuffiamoci subito nella cronaca della giornata!

Seven Steps to the Green Door
I primi a calcare il palco di Revislate sono i teutonici Seven Steps to the Green Door, band fondata nel 2006 dal tastierista e sassofonista Marek Arnold e dal batterista Ulf Reinhardt, ai quali attualmente si affiancano Martin Fankh√§nel alla chitarra, Robert Brenner al basso e ben 3 voci, capitanate da Lars K√∂hler. Un progressive moderno e frizzante, che lascia un “gusto” gradevole nelle orecchie degli spettatori.

Kristoffer Gildenlöw
E’ ora il momento di un peso massimo del progressive scandinavo, con alle spalle i primi, seminali cinque album dei Pain of Salvation assieme al fratello maggiore Daniel, una recente militanza negli olandesi Kayak, nonch√® quattro pregevoli album solisti, in cui mostra una raffinata e malinconica vena cantautoriale. Kristoffer Gildenl√∂w sale sul palco accompagnato da Paul Coenradie (chitarra solista) Joris Lindner (chitarra e basso), Dirk Bruinenberg (batteria) e Paul van Acht (tastiere), imbraccia il suo basso Mayones e si presenta al pubblico con tre brani tratti dall’ultimo album Let Me Be a Ghost, pubblicato nel 2021. In rapida successione esegue infatti Fleeting Thought e Falling, Floating, Sinking e, afferrata la chitarra acustica, √® il turno di Don’t e, a seguire, della bellissima Like Father, Like Son (tratta da Homebound del 2020). Nonostante il sole sia ancora alto, brano dopo brano si crea un’atmosfera quasi intima tra il gigante svedese, e il pubblico, che ascolta affascinato la sua voce profonda e calda, pronta tuttavia a graffiare rabbiosamente assieme alla chitarra di Coenradie nei momenti di climax. Il finale √® da brividi: dapprima la toccante strumentale Rust, chiusa da un bellissimo assolo dal sapore gilmouriano, ed infine un regalo per tutti i fan della sua prima band: viene infatti raggiunto sul palco da Valerio Sgargi (cantante dei nostrani Karmamoi), e la band saluta il pubblico con una splendida versione di Ashes. Lunghi applausi accompagnano Kristoffer e sodali mentre scendono dal palco, meritatissimo successo per un artista davvero sopra le righe, che al di l√† del suo eccellente passato progressive metal (noto ai pi√Ļ), ha dimostrato negli anni una eccezionale maturazione stilistica. Non √® un caso infatti che i suoi album al banchetto del merchandising facciano il fumo, andando esauriti in brevissimo tempo. Bravissimo, Kristoffer!

Solstice
Il palco del festival √® davvero grande, ma nonostante questo sembra quasi piccolo quando arriva il turno dei Solstice: la band, capitanata da Andy Glass, (chitarra e voce), si presenta agli spettatori in un gioioso tripudio di luci e colori: Jess Holland voce solista, Steven McDaniel alle tastiere, Jenny Newman al violino, Robin Phillips al basso, Peter Hamsley alla batteria, Jen Sanin e Johanna Stroud alle seconde voci. La scelta di posizionarli in scaletta subito dopo Gildenl√∂w √® perfetta: come dopo un temporale il sole squarcia le nubi, cos√¨ la cupa e commovente malinconia dei brani dello svedese lasciano il posto alla solare gioiosit√† di quelli della band inglese, che apre le danze con Shout, tratto dall’ultimo album Sia, seguita da Guardian (tratto da New Life). Jess Holland non solo incanta con la sua voce cristallina, ma sul palco non si ferma un attimo, coinvolgendo subito il pubblico in una danza sfrenata.. a cui risponde la straripante personalit√† chitarristica di Andy Glass, senatore della band e vero mattatore, che dialoga musicalmente con tutti i musicisti, si protende verso gli spettatori, li incita e allo stesso tempo li lascia strabiliati con la sua abilit√†: tecnicissimo ma mai stucchevole, salta in un attimo da un genere all’altro, da schitarrate funky ad assoli con espressivit√† degne di un Santana o di un Gilmour. Gli altri musicisti sul palco non sono certo da meno, Jenny Newman gli tiene testa col suo violino, cos√¨ come non manca mai l’egregio supporto dalla sezione ritmica, e Steven McDaniel amalgama il tutto con le tastiere. Il risultato √® magnifico: il pubblico si diverte da morire, canta Cheyenne assieme alla band e quando, sulle note di Morning Light, purtroppo, arriva il momento del commiato, tutti vorrebbero che la band restasse sul palco ancora e poi ancora. Grida, applausi scroscianti e sicuramente una bellissima soddisfazione per una band che speriamo di rivedere nel nostro Paese il prima possibile. Eccelsi!!!

Tangerine Dream
Ultimo cambio palco ed ecco giunto il momento degli headliner della serata, i teutonici Tangerine Dream. Con alle spalle oltre 50 anni di storia e una marea di album pubblicati (oltre 100 tra album studio e live), veri pionieri della musica elettronica, sono stati per decenni guidati dal fondatore Edgar Froese. In seguito alla sua scomparsa, avvenuta nel 2015, la guida è stata assunta, per volere dello stesso Froese, da Thorsten Quaeschning, membro attivo della band dal 2005, cui si affiancano attualmente Hoshiko Yamane e Paul Frick.
Il trio si presenta al pubblico con luci e fumo a profusione, attingendo a piene mani dal passato con un poker storico, composto da Stratosfear (capolavoro datato 1976) Dolphine Dance, Sorcerer Theme e Tangram. Si va avanti con brani pi√Ļ recenti e non mancano brani tratti dall’ultimo album Raum. Sono ovviamente i sintetizzatori a farla da padroni, e ad essi si unisce il violino di Hoshiko Yamane. Fumo e luci fanno il resto, e la musica ipnotica crea attorno al palco una sorta di bolla, in cui il tempo si ferma, o scorre avanti e indietro, come impazzito. Alcuni si alzano dalla sedia ed iniziano a ballare, altri restano seduti e guardano lo spettacolo come in trance, mentre la band continua a snocciolare il suo passato ed il suo presente, brano dopo brano. Infine arriva anche per Thorsten Quaeschning il momento di abbandonare la sua fortezza di sintetizzatori e avanzare sul palco con i suoi compagni, per raccogliere gli applausi e l’entusiasmo del pubblico.

E cos√¨, con i Tangerine Dream, giunge al termine anche questa edizione 2022 del 2Days Prog+1 Festival. Un doveroso ringraziamento va a tutti gli organizzatori, in primis Alberto Temporelli e Octavia Brown, che hanno reso possibile ancora una volta, nonostante le restrizioni e la pandemia, la superba riuscita della kermesse. Dopo questo bel pieno di prog (ma non solo), non ci resta che aspettare impazienti la prossima edizione…ed √® gi√† stato annunciato il nome del primo headliner 2023: i Big Big Train. Ne vedremo delle belle!

Vi lasciamo alla gallery fotografica del nostro Giovanni “Gian Rock” Cionci.


Commenti

Relics Magazine

Lascia un Commento

Il tuo indirizzo email non verrà pubblicato.I campi obbligatori sono evidenziati *

*

Click here to connect!