2 DAYS PROG +1 Festival 2025 @ Revislate con NEKTAR, LIFESIGNS e altri

2 DAYS PROG +1 Festival 2025 @ Revislate con NEKTAR, LIFESIGNS e altri
Testo e foto di Giovanni “GianRock” Cionci

Nella cornice del campo sportivo di Revislate (Gattico-Veruno, NO) si consuma la terza ed ultima giornata del 2 Days Prog +1 Festival (QUI la cronaca del Day 1), in cui il pubblico, già ben scaldato dalle due giornate precedenti, assiste ad concerto di alto profilo, articolato su quattro set molto differenti tra loro, ma tutti accomunati da rigore esecutivo e passione per il prog nelle sue varie declinazioni.

TERRA
Aprire il palco con i Terra è una scelta che permette di puntare l’attenzione su una formazione giovane, ma sorprendentemente matura nella sua proposta sonora.

Il gruppo romano infatti mescola con efficacia elementi di progressive metal con sfumature doom e venature tribali, queste ultime anche grazie alla presenza, sul palco, di percussioni per ciascuno dei musicisti, oltre allo strumento principale. A rendere il tutto ancora più originale, il fatto che il batterista sia anche la voce principale della band.

L’esibizione è davvero suggestiva: i riff rabbiosi di chitarra si alternano a parti ariose con delicate armonizzazioni vocali, che si infrangono a loro volta contro mura di percussioni.

Interpretativamente, l’uso dei tamburi crea una dimensione viscerale, ritualistica: non c’è solo tecnica, i brani dei Terra portano davvero alla luce l’anima tribale della musica. Qualità musicale e capacità di tenere il palco, fanno equamente sì che la performance sia davvero maiuscola. Un’enorme sorpresa per chi non li conosce.

Una conferma per chi già è innamorato della loro musica. Probabilmente sono davvero loro la vera rivelazione del festival 2025. Eccellenti!!!


RED SAND
I canadesi Red Sand portano sul palco un approccio più teatrale e melodico, con un frontman istrionico (Michel Renaud), che ha da colore visivo al set attraverso diversi cambi d’abito e una presenza scenica costante. Ad affiancarlo, Simon Caron alla chitarra, Andre Godbout al basso, Perry Angelillo alla batteria.

Dal punto di vista musicale, la band propone un neo-prog di matrice classica: tastiere morbide, chitarre dal suono limpido, ritmiche lineari e melodie ben costruite. L’esecuzione è pulita, ma nel complesso il set risulta meno incisivo rispetto alle altre esibizioni della serata.

Mentre i Terra e, più tardi, i Nektar esplorano territori più rischiosi e dinamici, i Red Sand si mantengono su binari più prevedibili.

Non per questo la loro prova è deludente: il pubblico apprezza la solidità e la cura dei suoni, ma, in un contesto così variegato, la loro performance appare più “di mestiere” che davvero ispirata.

  • The Sound of the Seventh Bell Part 1
  • Watcher
  • Lost Fantasy
  • Children Memory
  • Time
  • Breaking Wings
  • Blame
  • Very Strange


LIFESIGNS
Con i Lifesigns la serata si fa più atmosferica: la band britannica, composta da John Young (tastiere e voce principale), Dave Bainbridge (chitarra e tatiere), Jon Poole (basso) e Frank Van Essen (batteria) propone un set dal suono più morbido rispetto ai precedenti, creando un’atmosfera sospesa, fatta di tessiture elettroniche e melodie ariose.

La sezione ritmica lascia spazio a tastiere luminose e a una chitarra sempre al servizio del brano. Il loro è un progressive moderno e accessibile, che punta più sull’emozione che sulla complessità strutturale. Gli arrangiamenti, curati nei minimi dettagli, danno respiro al pubblico, accompagnandolo verso un climax più contemplativo.

Dal vivo i Lifesigns convincono per equilibrio e intensità emotiva: niente eccessi, ma una sensibilità sonora che avvolge e coinvolge. Il set è un momento di eleganza prog, senza frizioni, confezionato con mestiere, che prepara il terreno per la chiusura della serata.

  • N
  • Open Skies
  • Different
  • At the End of the World
  • Impossible
  • After All
  • Gregarious
  • Shoreline
  • Fortitude
  • Last One Home


NEKTAR
Chiudere con i Nektar significa affidarsi ad una leggenda del prog: quello della band britannica è infatti un set che unisce memoria e rinascita.

Sul palco, dell’organico originale resta solo il bassista Derek “Mo” Moore, ma il gruppo, composto da Ryche Chlanda (frontman, chitarra e voce), Kendall Scott (tastiere), Maryann Castello (voce) e Jay Dittamo (batteria), mantiene intatto lo spirito che li ha resi un nome di culto del progressive degli anni Settanta.

La band dimostra di non accontentarsi della mera esecuzione dei classici: pur mantenendo un forte legame con il proprio passato, sa offrire un’esibizione che suona “viva”, attuale ed intensa.

Il set è un viaggio nella psichedelia e nel prog classico: lunghe sezioni strumentali, cambi di tempo, fughe tastieristiche e un basso rotondo che fa da spina dorsale al tutto. I musicisti suonano con rispetto e convinzione, evitando la trappola della mera nostalgia.

L’uso sapiente dei sintetizzatori e delle chitarre in delay creano un suono ampio, quasi cosmico, che riporta il pubblico in quella dimensione “spaziale” tanto cara ai Nektar.

Le parti vocali costruiscono infine quell’impronta narrativa che da sempre contraddistingue i lavori dei Nektar: testi “cosmici”, visioni di viaggio nello spazio e nell’inconscio.

Nonostante il rinnovamento della line-up, la band mostra dunque una coesione notevole e un’energia genuina, chiudendo il festival con una performance intensa e piena di gratitudine reciproca tra palco e platea. Rispetto per la tradizione, efficacia live e nitidezza tecnica, senza cedimenti a nostalgie vuote: i Nektar chiudono con raffinatezza il festival 2025.

  • One Day Hi One Day Lo
  • Cryin’ in the Dark/King of Twilight
  • Skywriter
  • Preacher/Nelly the Elephant/Marvellous Moses/Smile/Let It Grow
  • Mission to Mars
  • Long Lost Sunday
  • I’ll Let You In
  • Remember the Future, Pt. 1
  • I’m on Fire
  • Fidgety Queen
  • Good Day


Il terzo giorno del 2Days Prog +1 Festival 2025 è stato dunque un mescolamento riuscito di freschezza, spettacolo, eleganza e tradizione.

Dall’impulso tribale e metal dei Terra, all’elegante trasversalità dei Red Sand, alle atmosfere più levigata dei Lifesigns, fino al gran finale con i Nektar, la scaletta ha funzionato come racconto progressivo di una serata che è salita gradualmente in intensità e profondità.

Tecnicamente, il festival si è confermato di livello alto: strumenti ben bilanciati, buona acustica, artisti preparati che hanno mostrato coesione e consapevolezza del palco. Per gli appassionati del genere — ma non solo — è stata una serata che ha offerto varietà e qualità.

Da segnalare il lavoro dell’organizzazione: la scelta del lineup, l’alternanza tra giovani e storici, la spinta verso l’internazionalità.

In sintesi: un terzo atto che ha confermato il festival come un appuntamento imprescindibile per il prog mondiale. Non vediamo l’ora che arrivi l’edizione 2026!


Commenti

Giovanni Cionci

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