
Certe tournée finiscono. Altre atterrano come una cometa e lasciano il cielo acceso per ore. L’ultima data di “Ma noi siamo fuoco, Atto II” di Annalisa, andata in scena al Palasport di Roma, ha avuto proprio quel sapore: un finale da kolossal pop, lucidissimo e insieme emotivo, dove ogni dettaglio sembrava costruito per trasformare il concerto in un rito collettivo.
Roma ha accolto l’artista ligure con un palazzetto gremito e una tensione elettrica già molto prima dell’inizio. Fuori dal venue, file ordinate di fan con glitter, outfit total black e magliette del tour; dentro, un brusio continuo, quasi da vigilia calcistica. Poi il buio. E il boato.
L’ingresso di Annalisa è stato calibrato come una scena cinematografica: luci rosse, visual taglienti, bassi profondi e quella presenza scenica che negli ultimi anni l’ha trasformata in una delle figure più solide del pop italiano contemporaneo. Nessuna esitazione, nessun tempo morto. Il concerto è partito subito in alta quota.
Annalisa ha alternato controllo tecnico e spontaneità. Da una parte la precisione vocale, impeccabile anche nei passaggi più complessi; dall’altra un dialogo continuo con il pubblico, spesso ironico, mai artificiale. Nei ringraziamenti finali, l’emozione è emersa con maggiore chiarezza: la consapevolezza di aver chiuso un capitolo importante della propria carriera davanti a una delle platee più calorose del tour.
Il finale è arrivato come arrivano certe notti romane d’estate: all’improvviso, anche quando non vuoi. Ultimo brano, pioggia di luci, pubblico in piedi. E la sensazione netta che “Ma noi siamo fuoco, Atto II” abbia rappresentato qualcosa di più di un semplice tour: la conferma definitiva di Annalisa come protagonista assoluta del pop italiano contemporaneo.
Photogallery a cura di Emanuela Vertolli




















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