Ci sono serate in cui un festival riesce a reinventarsi. L’8 luglio 2026 Rock in Roma, manifestazione nata e cresciuta nel segno del rock, ha spalancato le porte al fenomeno globale del K-Pop, dimostrando che oggi la musica dal vivo non conosce più confini di genere. All’Ippodromo delle Capannelle è andata in scena una delle serate più particolari e partecipate dell’edizione 2026, con gli ATEEZ protagonisti di un debutto romano atteso da migliaia di fan.
Fin dalle prime ore del pomeriggio era evidente che non sarebbe stato un concerto come gli altri. Le lunghe code ai cancelli raccontavano una storia fatta di viaggi organizzati da ogni parte d’Italia e d’Europa, amicizie nate online e trasformate in incontri reali, cartelli, bandiere e un’infinità di lightstick pronti a illuminare la notte. Un pubblico coloratissimo, creativo, capace di trasformare l’attesa in parte integrante dello spettacolo.
È una delle grandi differenze tra il K-Pop e qualsiasi altro fenomeno contemporaneo: il concerto comincia molto prima che gli artisti salgano sul palco.
Gli organizzatori lo hanno capito bene, affidando l’apertura della serata a un DJ set interamente dedicato alla scena coreana. Lontano dall’essere un semplice riempitivo, la selezione musicale si è trasformata in una gigantesca festa collettiva. Ogni brano veniva accolto da cori spontanei, coreografie improvvisate e centinaia di fan che conoscevano ogni parola, ogni movimento, ogni ritornello. Per chi osservava la scena dall’esterno sembrava quasi un concerto nel concerto.
Quando è arrivato il momento dei Can’t Be Blue, l’energia non ha fatto che aumentare. La giovane formazione ha affrontato il palco con sicurezza, proponendo uno show dinamico e coinvolgente che ha saputo parlare tanto agli appassionati del K-Pop quanto a chi cercava semplicemente buona musica dal vivo. Il momento più sorprendente è arrivato con “I Wanna Be Your Slave” dei Måneskin, un omaggio tanto inaspettato quanto riuscito. La scelta del brano ha creato un ponte ideale tra due realtà apparentemente lontane: da una parte il rock italiano capace di conquistare il mondo, dall’altra il pop coreano che ha riscritto le regole dell’industria musicale globale. Il pubblico ha risposto con entusiasmo, dimostrando come le contaminazioni funzionino quando sono sincere e suonate con convinzione.
Con il calare della sera, però, tutta l’attenzione si è inevitabilmente concentrata sugli ATEEZ. L’attesa era quasi palpabile. Ogni cambio di luce, ogni movimento dei tecnici sul palco e ogni dettaglio venivano accolti da un crescendo di urla che rendeva evidente quanto la band fosse attesa nella Capitale. Per il gruppo sudcoreano si trattava della prima esibizione romana, un appuntamento annunciato da mesi e diventato rapidamente uno degli eventi più desiderati dell’estate musicale italiana.
Quando finalmente le luci si sono spente, l’Ippodromo delle Capannelle è stato attraversato da un boato impressionante. Gli ATEEZ hanno aperto con “Guerrilla”, dando subito l’impressione di voler mettere in chiaro le proprie intenzioni: nessuna introduzione morbida, nessun compromesso, ma un’esplosione di energia, precisione e potenza scenica. Da lì in avanti lo spettacolo ha mantenuto un’intensità costante, alternando brani come “Fireworks (I’m the One)”, “Say My Name”, “Crazy Form”, “WORK”, “The Real” e l’immancabile “BOUNCY (K-HOT CHILLI PEPPERS)”, costruendo un flusso continuo di musica, danza e spettacolo visivo.
Ridurre gli ATEEZ alla sola definizione di “boy band” sarebbe un errore. Il loro concerto è una macchina scenica perfettamente oliata, dove ogni dettaglio – dalle coreografie alle proiezioni video, dai cambi di formazione all’interazione con il pubblico – è studiato con precisione quasi chirurgica senza perdere spontaneità. I loro movimenti sembrano impossibili da separare dalla musica: ogni accento ritmico trova un corrispettivo sul palco, ogni pausa amplifica la tensione prima della successiva esplosione sonora.
Eppure, al di là della spettacolarità, ciò che colpisce davvero è il rapporto con il pubblico. Gli ATINY italiani hanno cantato praticamente ogni parola del repertorio, trasformando molte canzoni in giganteschi cori collettivi. Le migliaia di lightstick sincronizzati hanno colorato l’arena creando un effetto visivo ipnotico, quasi fosse un cielo stellato in continuo movimento.
Per chi è abituato ai grandi concerti rock, l’esperienza può apparire sorprendente. Cambiano i codici estetici, cambiano gli arrangiamenti e cambia il linguaggio musicale, ma l’intensità emotiva resta la stessa. In fondo è proprio questo che il rock ha sempre insegnato: abbattere le barriere, mettere al centro l’energia del live e creare una connessione autentica tra palco e pubblico.
La notte degli ATEEZ a Rock in Roma ha dimostrato esattamente questo. Non è stata soltanto la consacrazione del K-Pop all’interno di uno dei festival storicamente più legati alla musica rock del nostro Paese, ma anche la conferma che le grandi esperienze dal vivo parlano un linguaggio universale. Le etichette contano sempre meno quando migliaia di persone condividono lo stesso entusiasmo.
E osservando il mare di luci che ha illuminato le Capannelle fino all’ultimo applauso, è sembrato evidente che questa non sia stata soltanto una serata diversa dalle altre. È stata la fotografia di una scena musicale che continua a evolversi, capace di mettere sullo stesso palco mondi lontani e di farli dialogare attraverso il linguaggio più semplice e potente che esista: quello della musica.
Vi lasciamo alle galleries fotografiche a cura di Chiara Lucarelli.
Can’t Be Blue
















Ateez












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